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Feriti a morte

 

Di Sandra Bonsanti

“E’ vero che la politica è fatta di compromessi, e anche di patti col diavolo, ma a condizione che si sappia quel che si vuole, che cosa è irrinunciabile e che cosa non lo è, in vista dell’accordo. In mancanza è come disporsi a mettere la testa sulla ghigliottina, per il gusto di stare comunque sul palco”: era la fine di aprile del 2010 e Gustavo Zagrebelsky aveva scritto per Libertà e Giustizia un memorabile manifesto intitolato “Il vuoto”.

Il vuoto era una dura denuncia del “vuoto di opposizione” che accompagnava la sciagurata politica berlusconiana. Chiedevamo chiarezza, una legge elettorale che restituisse ai cittadini il diritto di eleggere in Parlamento i propri rappresentanti, chiedevamo la difesa del Parlamento, chiedevamo che sulle legalità si uscisse dalle formule ambigue che minavano la fiducia dei cittadini nei loro rappresentanti.

Ricordo queste parole perché esse ci dimostrano come tutto quello che sta accadendo in questi tempi era ampiamente previsto e da alcuni denunciato anni e anni fa. Oggi che il nostro Paese è ferito a morte dalla conferma che criminalità organizzata, destra eversiva, corruzione dei politici e delle amministrazioni pubbliche, oggi che ci sentiamo tutti devastati dal desiderio di fuga dalla politica e dai partiti e scrutiamo con desolazione un orizzonte che non parla più né ai nostri cuori né alle ragioni di impegno e di azione, oggi che ci chiediamo se mai sarà possibile di uscire dal tunnel dei partiti unici, dei pensieri dominanti, della povertà e dell’ingiustizia sociale, sentiamo più forte che mai la responsabilità di errori o sottovalutazioni del passato.

Non ci conforta dunque la coscienza di avere la carte in regola, di sapere che abbiamo urlato, denunciato, manifestato, e che per questo siamo stati indicati noi come “populisti” o antipartiti da coloro stessi che oggi esprimono preoccupazione. Ciò che denunciavamo allora è ciò che denunciamo oggi: la posta in gioco deve essere un vittoria elettorale o la democrazia? A questo siamo arrivati. A chiederci che vittoria è quella che lascia a casa i cittadini, la vittoria di numeri ma non di partecipazione attiva.

Oggi scopriamo la criminalità a Roma, come ieri nelle altre regioni italiane. E scopriamo anche quei personaggi dalle facce antiche: è sempre stato così, quelle bande hanno operato indisturbate, forti degli appoggi politici super partes perché la corruzione e l’illegalità non hanno partito, nel senso che infangano tutti i partiti.

Possiamo davvero meravigliarci? Non lo sapevamo, non li vedevamo i neofascisti romani festeggiare sul Campidoglio, non conoscevamo le affinità di Alemanno con i capi dell’ala violenta del Msi? Non conoscevamo le complicità fra i servizi segreti della Repubblica e l’eversione che ha insanguinato il nostro Paese?

Ma forse non c’è proprio niente da fare, allora questo è il nostro destino? Se tanti di noi oramai non vedono differenze sostanziali tra la politica di Berlusconi e quella del Pd quale spazio resta alla proposta di cose serie ed efficaci che servano anche a recuperare un po’ di quella fiducia che se n’è andata?

In questo deserto della politica una proposta ancora c’era stata e veniva proprio dalla cultura di Libertà e Giustizia. Era contenuta nelle affermazioni e in un documento ufficiale mandato al Parlamento da Gustavo Zagrebelsky: diversificare le Camere, e destinare il Senato ad essere una Camera Alta, con il compito primario di lavorare lì dove siamo più deboli, cioè nello spazio della legalità, nella denuncia della corruzione e dei corrotti, in un lavoro incessante di recupero della dignità della politica, dell’autonomia della magistratura. Questo avviene in paesi a noi vicini.

Il giorno in cui avremo una sola Camera e una legge elettorale così contorta e insufficiente saremo ancora più lontani dalla democrazia a cui vogliamo restare fedeli. Allora il vuoto potrebbe assomigliare al buio profondo della notte.

Da libertaegiustizia.it

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