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Breve storia di un fraintendimento

 

Per Gramsci, la politica era il solo modo in cui le grandi masse popolari potevano farsi classe dirigente e determinare la riforma morale e intellettuale della nazione. In questo, i partiti sono “scuole di vita statale”, di democrazia, che non si contrappongono alla società cosiddetta “civile”, ma puntano a un progressivo intreccio. Sono scuole di educazione, in un certo senso, civica, quindi, perché nel conflitto fra potere istituito e potere istituente, essi rappresentano l’unico modo che quelle masse hanno per concatenare il loro agire alle istituzioni dello Stato.

Ecco, allora, che il partito diviene la camera di mediazione nel passaggio dallo Stato coercitivo e assoluto allo Stato democratico e partecipato. Un passaggio che può compiersi esclusivamente attraverso una riscrittura e riorganizzazione dei rapporti fra masse e istituzioni, divenendo in ciò attore di quella compenetrazione reciproca fra la società e l’organizzazione statale.

Per consentire appieno alle grandi masse di farsi realmente classe dirigente, per l’autore dei Quaderni era necessario una continua e intensa attività culturale, in grado di liberare quelle stesse masse dal ricatto delle élite, evitando i rischi di una semplificazione data da una dottrina mossa dall’alto, ma con una “connessione sentimentale” con il popolo.

Guardate cos’è oggi l’erede di quel partito sognato dal politico sardo. Come attraverso una vera e propria controriforma restauratrice, esso pare divenuto l’attore principale di quella che egli avrebbe definito “rivoluzione passiva”, cioè dell’idea che il cambiamento possa essere compiuto solo attraverso il dominio dei processi dall’alto, interessato non alla “connessione” con il popolo e alla pratica costante, e culturale, volta a connettere sempre di più, e meglio, masse e Stato, ma, al contrario, al dominio delle leve di questo, indipendentemente, quando non contro, i destini e le aspettative di quelle.

Pure l’azione intellettuale definita da tale partito pare volgere nell’unico senso dato dalla gestione del potere attraverso la detenzione delle cariche e delle funzioni statali. Non c’è altra visione se non il governo, che si fa governismo come segno collettivo del gruppo dominante e che schiaccia la partecipazione al semplice prendere parte ai fenomeni elettivi, interni o esterni.

Seminari, corsi, incontri tematici, quand’anche ci sono, si limitano all’arte di amministrare, dalla circoscrizione o piccolo comune alle strutture nazionali e ministeriali, sempre e solo di gestione e dei suoi meccanismi si tratta e discute. Visioni e ideologie, infatti, diventano non semplicemente arnesi d’un passato di cui ci si vuole liberare, ma limiti che, in una inconcepibile lotta iconoclasta, vengono distrutti anche se si presentano solamente in effige, come simboli di una tradizione che ha determinato la storia di quel movimento.

“Che tristezza”, verrebbe da sospirare, se non fosse inutile pure quel fiato. Così è, ed è quindi superfluo, se non vano, analizzare i motivi e le ragioni di tante derive e commistioni, in cui il partito si trova a essere legato e connesso ai peggiori istinti di affaristi, ciarlatani e criminali. È il cedimento alla superiorità della “governabilità”, termine che si fa attivo come dominio sull’esistente, e la rinuncia alla rappresentanza, che è pure di valori, ideali, princìpi, come faro e sentiero, il primo passo sulla via che conduce verso il declivio delle cose che stiamo apprendendo: se tale è la metà, e se la competizione è il solo metro, in quell’agone è poi difficile discutere o porsi delle questioni morali.

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