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Gli ingredienti indigesti di una spy story

 

Lasciatemi ringraziare Sergio Armanini. Non sono mai stata una femminista, ho sempre pensato che tutto sommato nella battaglia per l’uguaglianza di genere fossimo sulla buona strada. Invece il commento con cui Armanini corroborava le critiche di Maria Teresa Tomada nei confronti della mia intervista e la valanga di commenti, controcommenti, dispute, repliche e trollaggi vari che ne è scaturita mi hanno insegnato molto di più sulla nostra società che quasi dieci anni giornalismo. Perché probabilmente, se a scrivere l’intervista a Mohammed Foughali fosse stato un uomo, nessuno avrebbe probabilmente degnato l’articolo di grande attenzione. Senza entrare nel merito delle affermazioni di Mohammed – che in ogni caso, come ho già avuto modo di dire, neppure io condivido del tutto – va preso atto che sono stati gli ingredienti di questa vicenda a renderla una “story” potenzialmente esplosiva. Perché dentro, a pensarci bene, c’è proprio tutto: il confronto di genere (uomo vs donna); il confronto fra culture e religioni (intrecciato al tema precedente), fra Medio Oriente e Occidente; il rapporto con il “diverso” e il tentativo di raccontarlo partendo da chiavi di lettura proprie unicamente della cultura dell’osservatore (e dunque quasi certamente inadeguate).

Non basta. A rendere “interessante” la vicenda non va dimenticato l’ingrediente Facebook, che per molti rappresenta una delle principali occupazioni quotidiane (in termini di tempo dedicato), che ha modificato i nostri rapporti sociali e che spesso ci fa dimenticare quale sia il confine tra vita virtuale e vita vera. C’è di più. C’è la rabbia della gente, dei lettori, degli elettori, nei confronti della “casta”, all’interno della quale non vengono inseriti ormai più soltanto i politici ma anche i giornalisti, spesso essi stessi rei di diffamazione nei confronti della propria professione attraverso il proprio comportamento o, checché se ne dica, l’assenza di un benché minimo spirito corporativistico. Inserite il tutto in un clima di difficoltà e crisi economica che esacerba l’istinto di conservazione e d’identificazione delle comunità – e dunque anche la propensione all’attacco dell’interlocutore in uno strenuo tentativo di difesa di sé – ed ecco spiegato (a mio avviso) l’incredibile tamtam mediatico che questa “story” ha scatenato e il fatto che qualcuno vi abbia visto concentrata la summa dei nervi scoperti del mondo che viviamo. Probabilmente non avrei mai capito la gravità della situazione senza questo episodio, e perciò ringrazio Armanini e Tomada che hanno dato l’occasione, non solo a me ma potenzialmente a tutte le donne e a tutti i giornalisti, di fare una riflessione in più sul proprio ruolo, sui propri compiti e sulla legittimità dell’immagine che la gente si è fatta di loro. Un modo per fare il punto su dove siamo ma soprattutto, in una società che cambia, su dove vogliamo andare.

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