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Il timore reverenziale verso Sua Eccellenza

 
Nella vicenda della famosa telefonata di Berlusconi in questura per far rilasciare Ruby, secondo la legge Severino B non è condannabile neanche per la forma più lieve di concussione – l’induzione indebita – perché per realizzare questo reato ci vuole la prova del vantaggio del soggetto indotto. Cioè nella fattispecie del povero funzionario Ostuni, che avrebbe accontentato B non per assicurarsi una ricompensa, ma per “timore reverenziale”.
Si dirà, certo non c’è il vantaggio esplicito, perché basta la vendetta implicita che può scatenare un Presidente del Consiglio su un piccolo funzionario si azzarda a non accontentato. E invece, no. Perché la minaccia tacita non può desumersi – come sarebbe logico – dalla sproporzione tra i due soggetti coinvolti, ma deve essere esplicita.
Di “reati di latta” – cioè inservibili per l’assurdità della prova richiesta – questa classe politica ne ha prodotti parecchi. Ma questo caso evidenzia  anche  un atteggiamento ancora molto diffuso nel nostro Paese: il timore reverenziale verso Sua Eccellenza, che spesso fa curvare un doveroso diniego  in ossequiosa inosservanza, senza neanche bisogno di minaccia, tanto è culturalmente profonda la propensione all’ubbidienza.
E’ qui che dobbiamo lavorare come società civile.
Facendo della cultura della legalità – cioè delle dignità –  l’unica fisioterapia capace di far mantenere  una postura eretta davanti ai pre-potenti.

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