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Gettone no, manganello sì. Caffè del 30 ottobre

 

Comunque la pensiate, i colpi di manganello, le suture sulla testa degli operai delle acciaierie di Terni, sono il vecchio che avanza. Un’occhiata alle vignette per averne conferma. Giannelli seppellisce la Leopolda: operaio a terra, poliziotto con manganello e la scritta “Il futuro è solo l’inizio”. Elle Kappa rinfresca la memoria di Repubblica: “Manganellate agli operai? Proprio come ai tempi del gettone”. E il gettone torna con Vauro sul Fatto: “Post Leopolda. Non siamo più negli anni 70. Via il gettone telefonico, via il rullino fotografico. Però mi tengo il buon vecchio manganello”.

Chiedete ai fan del nuovo, ne trovate a frotte in rete, cosa pensino dei sindacalisti CGIL e delle minoranze PD e dei giornalisti che scrivono sempre di mafia. Vi diranno che sono vecchi, ideologici, ossessionati dall’idea del complotto, Però sui giornali di oggi “la teoria del complotto” non la agita Landini. Secondo Repubblica è Renzi che l’avrebbe evocata. “Il sospetto del premier: Qualcuno punta alla spallata. Vogliono farci passare per quelli che picchiano gli operai”. Chi, di grazia, avrebbe questo obiettivo? Il ministro dell’interno che il premier ha confermato nell’incarico nonostante il pasticcio internazionale combinato sul caso Shalabayeva? La ministra dell’industria presa in prestito da Confindustria? O è colpa di giornali e giornalisti che avrebbero “strumentalizzato” le esternazioni del finanziere Serra (via il diritto di sciopero per i pubblici dipendenti) alla Leopolda o della Picierno (Camusso segretario grazie a tessere finte, operai a Roma con pullman pagati) ad Agorà?

Chi semina odio, raccoglie tempesta. “Non si può accendere una miccia al giorno. -dice Pierluigi Bersani a Lilli Gruber- Non si può considerare il sindacato un ferro vecchio”. L’uomo della “ditta” offre poi la sua spalla al premier: “Perchè vogliamo rompere – gli chiede- questo gioiello fantastico? Non voglio neanche pensarci alla fiducia (sul jobs act). Cerchiamo di ragionare. Ma nessuno vuol mettere in discussione questo governo. Il nostro Papa è Renzi”. Intanto i bersaniani – secondo la Stampa- facevano saltare la riunione di tutte le minoranze Pd, escludendo Civati.

Ecco che Massimo Franco parla di “una sinistra condannata al conflitto senza scissione” e Dario Di Vico prevede che lo sciopero generale agiterà uno slogan “vecchio”: “La parola d’ordine su cui la CGIL punterà tutte le sue carte per far riuscire l’astensione dal lavoro è la richiesta dell’adozione di una tassa patrimoniale”. È vero, c’è il rischio – come spiega Di Vico- che la patrimoniale finisca (in un paese devastato da corruzione, evasione e inefficienza) col far male più ai proprietari di casa che ai ricchi ricchi. Tuttavia vi prego di guardare due grafici proposti da Piketty, nel suo “Il Capitale del XXI secolo”. Il primo, a pagina 48, mostra come la disuguaglianza sia tornata ai livelli del ’29, raddoppiano rispetto ai livelli 1940-1980. Il secondo, a pagina 782, sottolinea come nello stesso periodo (1940-1980, gli anni del boom) l’imposta sui redditi alti fosse assai più elevata. Tant’è che “Negli Stati Uniti il tasso marginale dell’imposta sul reddito (applicabile ai redditi più elevati) è passato dal 70% del 1980 al 28% del 1988”.

Allora persino la vecchia bandiera della “patrimoniale” appare meno insensata delle sciocchezze sulla sinistra delle “opportunità”, quando il ceto medio conosce la scala mobile solo in discesa. O del regime di “apartheid” con cui gli occupati (manganellati) escluderebbero i giovani. O ancora del taglio alle tasse sul lavoro da applicarsi allo stesso modo sia per l’industria che crea futuro sia quella che estrae profitto e lo trasforma in rendita. Scrivevo ieri a Zucconi: “La Leopolda mi sa di stantio: luoghi comuni riciclati dal trentennio neoliberista. Più innovatore Landini”. Confermo

Da corradinomineo.it

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