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Venti di guerra in Palestina per i ragazzi israeliani rapiti e uccisi. Il ruolo dei media

 

Viviamo una sorta di escalation in questa strana “guerra tra civiltà”, che sembra riportarci indietro, all’epoca delle crociate, ma che in realtà nasconde conflitti d ‘interessi non tanto religiosi, quanto di lotta planetaria per il potere energetico, economico e finanziario tra élite occidentali, arabe e orientali.

L’8 giugno scorso nei giardini del Vaticano, Papa Francesco accoglieva il presidente israeliano Shimon Peres, il presidente dell’autorità palestinese Abu Mazen e il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I per pregare congiuntamente a favore della pace in Terra santa. Era la prima volta nella storia che esponenti pubblici di tre religioni monoteistiche si raccoglievano in preghiera dentro il piccolo stato, simbolo della cristianità, su invito di un pontefice gesuita, che porta il nome del santo, l’unico che sfidò l’odio religioso delle crociate e andò in Palestina ad incontrare  il sultano Malek al Kamel, nipote del “feroce” Saladino.

Nell’occasione dell’incontro ecumenico al Vaticano, Papa Francesco si rivolse con parole di speranza ai rappresentanti di due nazioni in guerra feroce da ormai troppo tempo: “Spero che questo incontro sia l’inizio di un cammino nuovo alla ricerca di ciò che unisce, per superare ciò che divide. Per fare la pace  ci vuole coraggio, molto di più che per fare la guerra. Ci vuole coraggio per dire sì all’incontro e no allo scontro; sì al dialogo e no alla violenza; sì al negoziato e no alle ostilità; sì al rispetto dei patti e no alle provocazioni; sì alla sincerità e no alla doppiezza”.

Il 10 giugno la Knesset, Parlamento israeliano, eleggeva il nuovo presidente, che sostituirà Peres dal 27 luglio, il conservatore del Reuven Rivlin, esponente della destra del Likud, ritenuto un “falco” vicino ai “coloni”, contrario alla costituzione dello stato palestinese.
Il 12 giugno, poi,  vicino Hebron venivano rapiti tre ragazzi israeliani di 16 e 19 anni all’uscita dalla scuola religiosa, mentre facevano l’autostop per tornare a casa.
Il 30 giugno il ritrovamento dei loro cadaveri: molto probabilmente erano stati uccisi lo stesso giorno del rapimento.
Subito dopo, sono iniziate le ritorsioni aeree di Tel Aviv contro gli obiettivi, ritenuti luoghi dove si celerebbero esponenti di Hamas, il movimento armato integralista palestinese, ritenuto l’artefice del rapimento e dell’uccisione dei tre giovani ebrei.
Il Primo luglio, un  ragazzo palestinese viene rapito e ucciso a Gerusalemme per vendetta.
Intanto, continua l’avanzata dell’Esercito islamico dell’ISIL (finanziato dagli emiri di Arabia Saudita e Qatar, alleati storici degli Stati Uniti!) tra le popolazioni inermi di Siria ed Iraq, con atroci esecuzioni di massa e restaurazione violenta delle leggi coraniche.

Fin qui la cronaca cruda e dura.
Ecco, dunque, che i venti desertici del Medio Oriente soffiano di nuovo folate di sabbia insanguinata sul complicato cammino della pace.

Sui media occidentali, il rapimento dei tre ragazzi ebrei non ha avuto un forte rilievo, come per analoghi eventi violenti. Eppure, atti dimostrativi del genere si sa che conducono all’inasprimento delle tensioni nei territori dove si fronteggiano fondamentalismi religiosi, odio razziale, ataviche rivendicazioni di terre e confini. Specialmente quando tutto l’Oriente a noi prossimo è percorso dalla violenza jihadista, ispirata ad Al Qaeda e inneggiante al Gran Califfato. Quando la guerra civile che imperversa in Siria si estende verso l’Iraq e fomenta l’irredentismo palestinese, allora si crea una saldatura ideologico-religiosa che può significare solo nuovi focolai di guerriglia.

Sullo sfondo giganteggiano gli interessi dei potentati arabi del Golfo, che con la scusa di aiutare i movimenti religiosi, in realtà sovvenzionano gli armamenti, nella prospettiva che si instaurino regimi fondamentalisti amici, con i quali spartire gli ingenti profitti energetici. Con loro, ma in maniera sotterranea, si schierano le grandi corporation americane specializzate nelle infrastrutture e nella costruzione di pozzi e gasdotti: quelle stesse che si sono arricchite con la guerra in Iraq e che oggi, tra l’altro, gestiscono il business della sicurezza negli USA, costruendo penitenziari e gestendo la loro security, oltre quella dei militari in zona di guerra. Una sorta di “Santa alleanza” che inneggia al “Dio Mammona”!

I media occidentali, intanto appaiono “distratti” dagli sviluppi della crisi economica, dalle diatribe tra i fautori dell’austerity alla tedesca e quelli delle politiche keynesiane all’americana, tra gli euroscettici e gli eurocentrici, tra la forza economico-finanziaria dei BRICS e le ingerenze degli oligarchi ex-comunisti di Russia e Cina sul mercato globale, tra chi si schiera a favore della libertà totale della Rete contro il “Grande Fratello” della NSA e all’opposto coloro che vorrebbero maggiori controlli per contrastare il terrorismo globalizzato, e tra i fautori di un nuovo iperliberismo di chi vuole investire “a mani libere” contro i “regolatori” del mercato, che vorrebbero un preminenza dello stato sulle scelte fondamentali dell’economia. Questi media, purtroppo, hanno perso di vista, come avvenne ad inizio del secolo scorso, il ribollire della pentola mediorientale. Finita l’epoca eroica della “Primavera araba” con repressioni, violenze e l’instaurazione di regimi più o meno autoritari come i precedenti, i paesi più industrializzati sembrano balbettare di fronte all’acuirsi della febbre fondamentalista che si estende verso le rive del Mediterraneo.

Una volta smembrata la Siria e balcanizzato l’Iraq, restano le instabili democrazie dell’Egitto (dove i Fratelli musulmani, sunniti, scalpitano dopo le repressioni dei militari), del Marocco, dell’Algeria, dell’evanescente Libano (già tormentato dalla tripartizione politico-religiosa). Per non parlare, poi, dell’enigmatica Turchia, al cui vertice siede un governo islamista, sempre più rancoroso con l’Europa (che ancora non l’accetta nell’Unione) e sempre più ostile con gli Stati Uniti e Israele, dopo decenni di collaborazione.
Che il vecchio “Stato canaglia” dell’Iran abbia cominciato a cambiare politica e si sia addirittura dichiarato disponibile a una qualche forma di cooperazione con gli Stati Uniti, un tempo “impero del male”, sta a significare che il pericolo jihadista non è solo sintomo di una rivalità tra sunniti e sciiti, ma più propriamente tra due visioni della “forma-stato”: quello etico-religioso, oscurantista, xenofoba, e quella laica-liberale.
E tutto ciò accade nel bel mezzo anche di una forte crisi di identità dell’Europa, della sua incapacità ormai cronica di adottare una sua linea di politica estera, bilanciata tra Oriente ed Occidente, inclusiva e a tutela delle diversità. Nel proprio seno, purtroppo, l’Unione è percorsa da venti di disgregazione, di egoismi ideali e di neo-conservatorismi religiosi, che si esprimono con l’antisemitismo e l’odio per tutte le diversità e per tutti gli stranieri extracomunitari, anche se di religione islamica.

I media, tradizionali e digitali, la Rete, potrebbero con obiettività e autonomia indagare a fondo, seguire gli avvenimenti con continuità e, soprattutto, non fermarsi all’elencazione di scontri, morti, feriti, distruzioni, ma cercando di analizzare senza ideologismi i movimenti che si fronteggiano, le forze in campo e quelle che restano nascoste, tornando anche a  documentarsi sui precedenti storici. Non lasciamoci fagocitare dalle violenze, ma anzi con certosina pazienza cerchiamo di districare il nodo gordiano del terrore e dell’oscurantismo, che sta avvolgendo l’Oriente a noi prossimo. Qui non si tratta più di essere filo-palestinesi o filo-israeliani, antisemiti o sionisti, pro o contro gli arabi e l’Islam: sono in gioco la pace, la coesistenza, i concetti secolari di democrazia e libertà, di laicità dello stato e di solidarietà nella diversità. “Ci vuole più coraggio per fare la pace, che iniziare la guerra”. Un monito papale da tener presente per i potenti della terra, anziché spingere in terrificanti avventure che potrebbero portarci solo alla distruzione totale.

Intanto, la Corte Europea dei Diritti umani di Strasburgo il primo luglio ha ritenuto legittima la legge del 2010 con la quale la Francia vieta l’uso del burqa e del niqab  in qualsiasi luogo pubblico. Secondo i giudici questo provvedimento non viola la libertà di religione e di coscienza ma “persegue lo scopo legittimo di proteggere i diritti e le libertà altrui e di assicurare il rispetto dei minimi requisiti del vivere insieme”. I giudici, poi, hanno bacchettato la Francia ritenendo che “emanare leggi come quella in questione possa contribuire al rafforzamento di stereotipi e intolleranza verso certi gruppi, mentre lo Stato ha il dovere di promuovere la tolleranza”.
Sentenza di forte rilievo e impatto etico e sociale, che però ha trovato solo qualche accenno sui quotidiani online, mentre niente su TV e radio, che invece hanno riportato con evidenza, almeno in Italia, la “sceneggiata” del  neo parlamentare europeo leghista  Gianluca Buonanno, che nel giorno dell’insediamento della nuova legislatura si è presentato a Strasburgo indossando un burqa.

Ecco, questo modo di affrontare un tema così delicato e dirompente non è affatto buon giornalismo, ma sensazionalismo, un modo per alimentare demagogia e razzismo, senza invece spiegare, come mai, in piena e profonda crisi economica e occupazionale specie per i giovani, in Europa (Gran Bretagna, Francia, Belgio, Germania e paesi scandinavi) sempre più giovani non solo di origini arabe abbracciano il fondamentalismo islamico e poi si recano clandestinamente in Medio Oriente per militare nelle formazioni armate dell’esercito jihadista, mentre crescono le formazioni del “White Power” antisemite, xenofobe ed euroscettiche.

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