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Tra Putin e Draghi. Caffè del 7

 
La notizia del giorno per l’Europa ottiene solo il titolo di “spalla” sui quotidiani nazionali in edicola. “Disgelo tra Putin e Obama sulla spiaggia del D-Day”, secondo Repubblica, “sulla spiaggia del ricordo”, fa eco il Corriere della Sera. Eppure Putin, da ospite tollerato alle celebrazioni dello sbarco in Normandia, si è fatto protagonista. Per due volte, sia pur brevemente, ha parlato a quattr’occhi con Obama; non accadeva dall’inizio della crisi in Crimea. Ha pure stretto la mano al nuovo presidente dell’Ucraina, Poroshenko, concordando con lui – dice un portavoce –  che il “bagno di sangue deve finire”. Mentre il padrone di casa, Hollande, ha persino ridimensionato la retorica del “D-Day”. “Voglio rendere omaggio al coraggio dell’Armata Rossa che lontano da qui, davanti a 150 divisioni, riuscì a respingerle e a sconfiggerle”. Dunque: Putin rimette la Russia al centro”.

Da tempo sostengo che Putin s’è preso la Crimea e ma che vuole l’est dell’Ucraina, anzi vede di buon occhio l’elezione di Poroshenko, ex oligarca della fabbrica sovietica di cioccolato “Karl Marx”, e con lui vuole trattare: il disarmo delle milizie russe, non comode da controllare, in cambio di uno statuto speciale per le genti russe dell’est. Dietro le sanzioni e le facce feroci, riemerge la trattativa. Però la crisi ucraina non sarà senza strascichi. La questione russa è posta e l’Europa, richiamata all’ordine dal grande alleato d’oltre Oceano, con l’invito ad armarsi, perché lo scudo a stelle e strisce costa troppo all’economia degli USA.

Titolo forte del Corriere sul bicchiere mezzo vuoto per il risanamento economico del Belpaese: “Il voto all’Italia non migliora. Standard & Poor’s conferma rating e previsioni negative”. Certo ci si può consolare con i primi effetti positivi della cura Draghi: la borsa di Milano in alto, lo spread a 140, ma debito pubblico, disoccupazione giovanile, inefficienza del sistema, e corruzione non sono piaghe che si rimarginino solo con l’unguento delle promesse. Piuttosto il Corriere crede di aver individuato un cantiere aperto intorno al Premier, il quale starebbe valutando l’ipotesi di un rimpasto di governo e, niente meno, un cambio in corsa per la legge elettorale: via l’Italicum, torna Il Mattarellum, cioè la legge con cui gli italiani votarono nel 1994, nel 1996 e nel 2001. Collegi uninominali per i 3/4 dei parlamentari, proporzionale e liste di partito bloccate per il restante 1/4.

Repubblica e Fatto tornano sul pasticcio in Laguna. “I conti del Mose, tangenti e sprechi per un miliardo”. “Ecco i burattinai del Mose”. E mentre il Direttore del Fatto, Padellaro, continua a insistere sui poteri anti corruzione non ancora concessi  a Cantone, Bonafè su Repubblica e Serracchiani sul Corriere ci rassicurano sul futuro del Pd: “Con la nuova guardia non ci saranno più ambiguità. Il partito oggi ha cambiato pelle”. Me lo auguro, ne sono felice! E aspetto fiducioso “il daspo”, provvedimento per radiare dalla “politica” i politici corrotti. Tuttavia credo che occorra anche cambiare le regole. Senza sospendere la prescrizione dopo il primo grado di giudizio, i colletti bianchi non saranno mai condannati. Se un sindaco può essere appoggiato da ben 6 liste è inevitabile che si finisca per imbarcare più di un comitato d’affari. Ancora, se non si  allontana chiunque sia in conflitto d’interessi (e non lo si è fatto con Genovese) prima o poi ci si scotta.

Infine, leggete Stefano Rodotà su Repubblica. Spiega, da par suo, come la riforma del Senato non possa non tener conto della legge elettorale della Camera. Poi afferma:  “Escluso che il Senato voti la fiducia al governo e la legge di bilancio…È necessario un suo ruolo paritario per le leggi costituzionali e l’elezione del Presidente della Repubblica, dei giudici costituzionali, del Consiglio superiore della magistratura. Vi sono ragioni perché al Senato sia attribuito il potere d’inchiesta, di dare parere vincolante su determinate nomine, di valutare autorizzazioni a procedere e all’arresto, di risolvere questioni su conflitti d’interesse e eleggibilità dei parlamentari. Tutte materie da sottrarre alla logica maggioritaria, come deve accadere per i diritti fondamentali….Il senato come garanzia del futuro”.

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