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Marco, dalla periferia di Milano alla favela brasiliana di Rio de Janeiro

 

36 anni, dipendente di un’azienda milanese, sceglie di lasciare il lavoro a tempo indeterminato per dare un senso alla sua vita e vola a Rio de Janeiro, fino alla favela di Rocinha, nel cuore della città del Cristo Redentore. Per due anni e mezzo, le baracche diventano la sua casa e i piccoli brasiliani la sua famiglia

MILANO – “Siamo un Paese straordinario e bellissimo, ma allo stesso tempo molto fragile. È fragile il paesaggio e sono fragili le città, in particolare le periferie dove nessuno ha speso tempo e denaro per far manutenzione”: maturità 2014, il pensiero di Renzo Piano, ‘Il rammendo delle periferie’, entra nelle tracce. “Sono tornato dal Brasile pochissimi giorni fa: sono tornato a casa mia, al quartiere Ponte Lambro, vera e propria periferia sud est di Milano. Non gode di una buona fama, anzi. Si parla sempre di infiltrazioni camorristiche e di spaccio. Al progetto di riqualificazione – se ne parla dal 2000 – ha partecipato anche Renzo Piano. Stiamo aspettando i risultati. Così, nel giro di poche ore, sono passato da Rocinha, favela di Rio de Janeiro alla periferia di Milano”.

Comincia da qui, dalla fine, la storia di Marco Loiodice. 36 anni, di origini pugliesi, dopo qualche anno in Piemonte si è trasferito nel capoluogo lombardo. Prima, un impiego in una multinazionale, poi un paio d’anni nella più famosa delle superaziende milanesi, settore sistemi informatici aziendali. Contratto a tempo indeterminato, più di 2 mila euro al mese: “Il mio lavoro non mi appassionava per nulla, non condividevo gli obiettivi aziendali, tanto meno la logica del profitto. Avevo bisogno di qualcos’altro, che mi prendesse tutta la vita, non solo la sera o i weekend: poi è arrivata ‘Il sorriso dei miei bimbi’, onlus che lavora tra Italia e Brasile. Sono partito: per 2 anni e mezzo Rocinha, favela da 200 mila persone nel cuore di Rio de Janeiro, a due passi dalla famosissima spiaggia di Ipanema, è stata la mia casa”.

Cosa hai pensato la prima volta che hai visto Rocinha?
La prima cosa che ho notato è la quantità di cavi elettrici di televisioni, telefoni, collegamenti Internet fatti passare sui pali: ce ne sono ovunque. Ci sono grandissime carenze infrastrutturali. Ora per le abitazioni si usano mattoni rossi e cemento, ma restano delle baracche. È ovvio che nessuno del ceto medio ci abbia mai messo piede. La densità urbana è molto alta, e ci sono tantissimi giovani. Ecco, loro sono uno dei primi ricordi: una quantità sterminata di bambini sempre sorridenti ed educatissimi, che amano la vita. Così, ti lasci alle spalle tutti i pregiudizi che hai e scopri che nella favela c’è anche un supermercato e un sacco di parrucchieri ed estetiste: tengono molto alla cura del loro corpo. Poi, ci sono i vicoli umidi e le fogne a cascata: ecco perché sono molto diffuse malattie come la tubercolosi e la leptospirosi. E, per altri motivi, anche l’Aids. Là, l’aspettativa di vita è di 20 anni inferiore alla nostra.

Senza dimenticare il ruolo dei narcotrafficanti…
La questione è molto complessa. Le favelas sono concepite come luogo di emarginazione e abbandono, ma nacquero a seguito delle migrazioni interne che, dal Brasile orientale, la zona più povera, si spostavano verso i grandi centri urbani più ricchi per lavorare nell’edilizia. Nei primi 40 anni del Novecento nelle favelas vigeva una specie di autarchia, nella completa assenza del governo: c’era tolleranza e rispetto reciproco. Poi, negli anni Settanta, c’è stato il boom delle sostanze stupefacenti, bande armate che si spartivano il territorio che si sostituivano al potere dello Stato. La polizia le combatteva con violenza, tipico delle dittature militari: operava per una giustizia sommaria, commettendo molte violazioni di ogni tipo di diritto, diventando un potere parallelo a quello dei narcotrafficanti, che videro il loro potere sfaldarsi. Paradossalmente, per 40 anni la favela era il posto più sicuro dove stare: con gli scontri polizia-narcos la situazione è precipitata.

La situazione è cambiata dopo l’assegnazione non solo dei Mondiali, ma anche delle prossime Olimpiadi?
Dal 2011, proprio nell’ottica di preparare il terreno per questi mega-eventi, è in strada la Polizia pacificatrice, con il compito di cacciare i narcotrafficanti. Propaganda, direi, visto che non interessa tutte le favelas ma solo quelle del centro, vicino agli stadi o ad attrazioni turistiche. Solo a Rio ce ne sono quasi mille in cui vivono 3 milioni, 3 milioni e mezzo di persone, un terzo della popolazione. Una piccola percentuale è stata coinvolta nell’operazione Polizia pacificatrice. In ogni caso, il primo impatto è stato positivo, i narcos avevano smesso di vendere crack e cocaina sui banchetti alla luce del sole: il fenomeno non era più così visibile, sicuramente educativo per salvaguardare i bambini. Ma lo scorso luglio la situazione è precipitata nuovamente: diverse centinaia di poliziotti sono entrati a Rocinha per fare nuovi arresti, ma si sono fatti scappare la situazione di mano: è scomparso un uomo, un semplice muratore, che non c’entrava niente. È scoppiata una protesta violenta, finita, per la prima volta in assoluto, sui media di tutto il mondo: ‘Dov’è Amarildo?’. Si è scoperto che è stato sequestrato e massacrato. La polizia ha abbandonato Rocinha e i narcos sono tornati: ma il pericolo riguarda solo, per modo di dire, polizia, bande armata e cittadini, che rischiano per eventuali proiettili volanti. Ai turisti non succede nulla: ribadire continuamente che le favelas sono pericolose non fa altro che aumentare l’emarginazione e approfondire il solco con il resto della città.

I mondiali di calcio hanno portato lavoro?
Sì, qualcosa si è mosso. Per esempio, molti abitanti delle favelas hanno lavorato alla realizzazione di nuove fermate della metropolitana. Ma i conti non tornano: il governo ha speso 30 miliardi di dollari per questo evento. I cittadini, in cambio, hanno avuto troppo poco. Dove sono andati a finire tutti quei soldi? Per questo sono scesi in strada alla vigilia dei primi incontri. La polizia è corrotta, fa pagare il pizzo ai commercianti. Con i narcos, almeno, c’erano regole ed erano ben precise. Se le rispettavi, non succedeva nulla. Oggi non sanno più come muoversi. La presidente Dilma Rousseff è subentrata a Lula che, con il suo governo socialista, favorì i finanziamenti stranieri per investire nel sociale: ridusse il numero di poveri, passando da 40 a 10 milioni, su un totale di quasi 200 milioni di persone. Ora, Rousseff ha vinto le candidature a questi eventi forse per proseguire nel solco lulista, ma 30 miliardi di dollari sono davvero moltissimi, e la gente non ha percepito un miglioramento di vita adeguato. I brasiliani chiedono educazione e sanità, ma si parla solo di narcotraffico, droga e morti, alimentando la campagna diffamatoria. Perché nessuno si occupa del sistema fognario? Mondiali o Olimpiadi non conta, resterà inadeguato.

Sei tornato dal Brasile il 12 giugno, giorno dell’inaugurazione dei Mondiali…
Non era calcolato: avevo 16 mila euro in banca e sono finiti. La partenza era fissata da tempo. Personalmente, condivido le motivazioni dei manifestanti, ma il mondiale è una festa popolare grandissima anche per i più poveri, e non la si deve sabotare. Con i mondiali i bimbi imparano i nomi delle nazioni: magari non sanno dove sono, ma le conoscono. Piuttosto, bisognerebbe sabotare gli sprechi e la corruzione. Al momento, la situazione è assurda: prima di partire, ho visto la nazionale inglese scortata da un elicottero e da un camion di soldati. Al largo di Copacabana si intravede una nave da guerra. È normale?

Che idea hanno dell’Italia e della nostra nazionale gli abitanti di Rocinha?
Gli italiani sono molto amati, nonostante tutti i soprusi che abbiamo commesso nei loro confronti, a partire dallo sfruttamento sessuale. Quanto al calcio, ricordano bene i 3 gol di Paolo Rossi al mondiale dell’82. Ma non dimenticano il rigore sbagliato di Baggio a Usa ’94, che li laureò campioni del mondo per la quarta volta. Degli azzurri di oggi, amano Balotelli: un po’ perché è un bel ragazzo, e poi perché è nero. L’emarginazione nelle favelas è anche legata al colore della pelle: lì sono tutti molto più scuri che nel resto della città.

Perché ha scelto di lavorare proprio con ‘Il sorriso dei miei bimbi’?
Per caso. Ero entrato in contatto con loro per motivi di lavoro, e ho capito potesse essere quello il cambiamento di cui avevo bisogno. Ho mandato il curriculum e mi hanno assunto come project manager: con loro mi sono occupato di raccolta fondi e partnership per i 2 anni e mezzo che sono stato a Rio. Grazie al lavoro della fondatrice Barbara Olivi, reggiana da più di 10 anni a Rocinha, di qualche professionista e di molti volontari abbiamo portato avanti diversi progetti.

Tipo?
Programmi di educazione per bambini e giovani. Barbara ha creato una scuola materna che al momento accoglie oltre 100 piccoli in età prescolare. Da poco abbiamo realizzato per loro anche un orto urbano. Poi abbiamo costruito un caffè letterario in un vecchio garage. Portiamo avanti un programma di formazione per gli adolescenti e un corso di alfabetizzazione aperto a tutti: l’insegnamento e il coordinamento pedagogico è gestito solo da persone del posto.

Adesso che sei tornato in Italia che farai?
Continuerò a collaborare con l’associazione, ma a part time. Lo stipendio, infatti, non è adeguato agli standard italiani, ma a quelli delle favelas. Poi, mi cercherò un nuovo impiego con un’altra onlus: mi piacerebbe fare un’altra esperienza simile. Continuerò a scrivere sul mio blog www.finestrasullafavela.wordpress.com, non più per raccontare Rocinha, ma tutte le periferie che mi stanno attorno e che, magari, prima non riuscivo a vedere.

Cosa ti mancherà di più di Rocinha?
Per mesi ho pensato a quanto mi mancassero gli amici italiani. Ora, so che mi mancherà la possibilità di abbracciare i miei bimbi brasiliani. (Ambra Notari)

Da redattoresociale.it

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