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Democrazia autoritaria? Il rischio c’è. Caffè del 29 giugno

 

Il piatto piange e si capisce. Perché sulla grinta del Premier si è scritto, sul pareggio nel faccia a faccia con la Cancelliera pure, sulla minacciosa domanda retorica pronunciata al ritorno in Italia – ora chi oserà “frenare” le riforme – altrettanto. Servirebbe dunque qualche fatto, una riforma che cominci a funzionare, qualcosa che faccia pagare le tasse a chi le evade, un pugno di neo assunti, la rottamazione di quella ghigliottina per i processi ai corrotti chiamata prescrizione, un sussulto dei consumi. Ma per questo serve tempo, collegialità, trasparenza e coerenza.

Scrive il Corriere: “La via stretta della flessibilità”. Per evitare la manovra d’autunno, e quindi nuove tasse, si vorrebbero escludere dal calcolo del deficit i pagamenti della pubblica amministrazione e 5-6 miliardi di investimenti per rendere più corposi e spendibili i finanziamenti europei. Speriamo! “Crescita e lavoro, noi tedeschi siamo con Renzi”, recita la Stampa. Purtroppo il tedesco che parla è  il ministro degli esteri Steinmeier della SPD. Mentre Gian Enrico Rusconi ricorda che è meglio “Mai fidarsi troppo di Angela”. La Repubblica annuncia  “un piano da 240 miliardi per il semestre europeo”. E queste non sarebbero noccioline. Ma per ora si tratta solo di una proposta franco italiana. Incrociamo le dita!  Invece è certo (ce lo dice Repubblica) che il Premier userà “speranza” e “sogno” (come) parole chiave del suo discorso a Strasburgo. Lo aveva già anticipato Maurizio Crozza.

Il piatto piange, così fioccano le letterine a renzi con richieste e auspici. Roberto Napolitano, direttore del Sole24Ore: “Spendere (bene) i fondi europei, rimborsare (bene) i suoi debiti, estirpare la mala pianta della corruzione, ridurre drasticamente gli sprechi e garantire la qualità dei servizi”. “Fatti concreti, non belle intenzioni”, chiede Romano Prodi. Maurizio Landini vorrebbe che Renzi non si mostrasse subalterno a Marchionne come i suoi predecessori. Poi annuncia: “entro il mese di luglio organizzeremo un convegno che metta attorno a un tavolo diversi soggetti per discutere di evasione, legge sugli appalti, corruzione”. Domani però il governo discuterà solo le “linee guida del pacchetto giustizia. Il dubbio è che non convenga spingersi oltre, finché serve Berlusconi. Polemico il Fatto titola: “Immunità sì, falso in bilancio no”.

E il Senato, e la legge elettorale? Ne scrive Scalfari: “Far sparire il Senato depaupera il potere legislativo. Il sistema mono camerale avvia inevitabilmente verso un cancellierato e quindi un rafforzamento del potere esecutivo. Si può fare e forse sarebbe anche utile, purché venga riscritta l’architettura dei contro poteri di controllo. Prima e non dopo.

Questo punto è essenziale per la democrazia e non può essere preso di sbieco: va affrontato di petto e — ricordiamolo — da un Parlamento i cui membri, specie in questioni di questa natura, sono liberi da ogni vincolo di mandato e debbono esprimersi a viso aperto, visto che agiscono come rappresentanti del popolo sovrano”.

Possono sembrare riflessioni dovute, dunque ovvie. Ma ormai solo un saggio “a fine corsa”, come lo definirebbero, con la loro consueta eleganza, alcuni amici del premier, ha il coraggio di ricordarle. Da parte mia, essendo sempre “in cerca di visibilità”, rispondo a una sfida rivoltami via Twitter: definirebbe autoritario il modello di democrazia di Renzi? E che ne so di cosa davvero voglia Matteo Renzi? Dice molte parole, ammicca al populismo, ripete che bisogna “fare”, perché chi non vuol “fare” non sa “amare” ma si sottrae a ogni serio confronto “sull’architettura dei contro poteri di controllo” per dirla con Scalfari.

Certo, se il Senato fosse ridotto a cento nominati dai mille e cento consiglieri regionali. Se la maggioranza dei 630 deputati (quanta grazia Sant’Antonio) venisse selezionata da un demiurgo capace di incollare insieme (grazie a 3 soglie di sbarramento) una coalizione che arraffi il il 37% dei voti (più o meno il consenso di un italiano su quattro), beh allora sì, saremmo  in presenza di una democrazia autoritaria. Con un governo in grado di occupare tutte le cariche “di garanzia” e di cambiare la Costituzione.

Da corradinomineo.it

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