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La Carta di Roma presentata agli allievi della Scuola superiore di Polizia

 

Presto andranno a lavorare nei commissariati di ogni parte d’Italia. Sono i commissari di pubbilca sicurezza che frequentano il 103° e il 104° corso di formazione nella Scuola della polizia di Stato. A loro si è rivolto padre Giovanni La Manna, presidente del Centro Astalli (l’Agenzia dei gesuiti per i rifugiati) esortandoli a essere sempre rispettosi della dignità degli immigrati, specie nelle situazioni difficili, di grande stress, che si troveranno ad affrontare.

Una conferenza di quattro ore, coordinata dal presidente dall’Associazione Carta di Roma, Giovanni Maria Bellu, alla quale hanno preso parte, con padre La Manna, l’esperto dell’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali) Marco Buemi e Marco Bruno, ricercatore di sociologia dei processi comunicativa a La Sapienza di Roma.

Nel presentare l’iniziativa, il direttore della scuola di polizia Roberto Sgalla ha sottolineato l’importanza che ha, per chi si accinge a svolgere un lavoro così complesso, l’acquisizione di competenze sui diversi aspetti della realtà sociale.

Introducendo la discussione, Bellu ha sottolineato come la Carta di Roma sia nata dall’incontro sventurato tra un errore investigativo e un errore giornalistico: quando, subito dopo la strage di Erba, fu subito individuato come responsabile il marito di una delle vittime, un cittadino tunisimo che, come si scoprì in poche ore, al momento del fatto si trovava in Tunisia. Ma nel frattempo il suo nome era stato diffuso da tutti i giornali e da tutte le televisioni.

Su iniziativa di Laura Boldrini, allora presidente dell’Agenzia dell’Onu per i rifugiati, la Federazione della stampa, allora guidata da Roberto Natale, assieme all’Ordine nazionale dei giornalisti avviò il confronto che nel 2008 si concluse con l’approvazione del codice deontologico al quale tutti i giornalisti italiani devono attenersi quando si occupano di migranti, rifugiati e richiedenti asilo.

Le regole della Carta di Roma obbligano i giornalisti a usare termini giuridicamente appropriati (per esempio non definire ‘clandestini’ quanti sbarcano a Lampedusa perché fuggono da guerre e persecuzioni) e a garantire la riservatezza sull’identità dei richiedenti asilo.

Ma è chiaro che le regole, benché rafforzate dalla possibilità per chi le viola di essere sottoposto a procedimento disciplinare, non bastano. Perché – come ha sottolineato il sociologo Marco Bruno – nell’informazione sull’immigrazione si evidenziano i problemi generali del giornalismo italiano: dalla sua dipendenza dal linguaggio politico alla tendenza a spettacolarizzare le notizie.

Marco Buemi ha illustrato l’attività dell’Unar che, nato in base a una normativa europea come ufficio contro la discriminazioni razziali, dal 2011 svolge un’attività di monitoraggio ad ampio spettro su tutte le discriminazioni, anche quelle determinate dal sesso, dall’appartenenza religiosa, dalle condizioni di salute.

Forti le parole di padre La Manna: “Gli immigrati non sono ‘clandestini’. Sono degli eroi. Sono persone che per non tradire le loro convinzioni e per non subire dei soprusi corrono rischi enormi, vengono sottoposti a torture feroci. Quando ascolto le loro storie spesso mi domando se io sarei stato capace di tanto coraggio”.

Da cartadiroma.org

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