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L’eremitismo intellettuale di Pasolini è una vocazione precoce

 

La mostra a lui dedicata (Palazzo delle Esposizioni) lo coglie già nel suo distacco dal Friuli; luogo di rifugio e di sofferenza per la morte del fratello Guido nella Resistenza; una provincia avara di risposte per quel giovane dai zigomi ossuti e gli occhi inquieti, pieno di domande.

L’arrivo a Roma è duro, come la periferia dove trova il primo rifugio e il primo lavoro da insegnante. Il magro stipendio non gli impedisce di scrivere, di immergersi e assorbire l’energia dei quei luoghi popolari, pieni di contraddizioni ma ricchi di autenticità. 
Spiega questa strana realtà in un raro video intervista in francese con un giornalista d’oltralpe, presentato con i sottotitoli  su un monitor della sala. In quel dialogo, già si vede emergere  la sua profonda avversione per la falsità borghese, effetto dell’affannosa ricerca di status poggiato sul consumismo.
Conformismo, consumismo sono parole ormai vintage, pietre levigate da anni di dibattiti abrasivi; eppure rilette nei documenti di Pasolini le sento ancora credibili.
Nelle sale della mostra si vede il suo progressivo  inserimento negli ambienti intellettuali della Capitale, attraverso scatti in bianco e nero con Morante, Fortini, Guttuso, Moravia, Maraini, Calvino, Fellini e molti altri.  Pubblica libri, poesie, collabora alla sceneggiatura di alcuni film, ne realizza di suoi con attori presi dalla strada; scrive persino le parole per una canzone di Modugno, si sposta in case sempre più centrali.
Insomma, sembra finalmente integrato, ma l’ Eremita ha bisogno di improvvisi isolamenti, per continuare la sua ricerca di senso con cui placare la sua inquietudine.
Intanto, la sua immagine viene lapidata per la sua omosessualità e la libertà con cui tratta temi rimossi dai benpensanti.
Lo scabroso libro “Ragazzi di vita” oltre al successo, gli procura denunce, processi, a cui si sommano reazioni di rigetto di critici e politici per altri suoi lavori, fino all’espulsione dal PCI (nella bacheca di una sala è esposta  la sua tessera originale di partito e un articolo de L’Unità con le motivazioni del provvedimento).
Mentre il Pasolini pubblico diventa un personaggio contrastato ma ammirato del panorama culturale dell’epoca, quello privato – oggetto principale della mostra –  oscilla tra forti momenti di sofferenza e drastiche prese di posizioni sempre più provocatorie.
Spiazzante per la sinistra ufficiale  è la sua scelta di campo in occasione dei primi scontri del ’68 a Valle Giulia, a favore dei poliziotti figli del proletariato, contro gli studenti pseudo-rivoluzionari, figli dei borghesi. Le polemiche che seguirono questa sua dichiarazione segnano profonde divergenze anche con vecchi amici.
L’antica e isolata Torre di Chia, acquistata e risistemata, è il rifugio dove trova la calma per scrivere. In una teca, c’è in mostra la sua vecchi Olivetti e vari manoscritti, torturati di correzioni.
Pasolini ha un rapporto di amore odio per la televisione. Così decide di utilizzarla a favore dei proletari, girando  l’Italia per farli parlare con la sua famosa indagine sul sesso. Molto bella la soluzione dei curatori, che la rimandano proiettando le immagini di quelle imbarazzate risposte nell’abitacolo di una Fiat 1100 (mettendo il naso nello spiraglio del finestrino, ho riconosciuto l’odore dello stesso modello di mio nonno). L’inchiesta è fonte di altre polemiche, consensi e stroncature, ma soprattutto per la definitiva avversione di Pasolini sull’uso della tv.
In un testo proiettato su uno schermo, c’è  la sua ultima denuncia contro la televisione. “Il video è una terribile gabbia che tiene prigioniera l’intera classe dirigente italiana dell’opinione pubblica, servilmente servita per ottenerne il totale servilismo”.
Il 2 Novembre 1975 l’Eremita viene assassinato.
Lasciandoci un patrimonio artistico e umano inestimabile.
Ed un messaggio preciso: non puoi batterti per gli ultimi, se non li frequenti.

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