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La falsa democrazia dei non partiti

 

Quando questa folle ubriacatura futurista sarà finita, come sempre, conteremo i danni, ben sapendo che stavolta saranno assai più del solito perché potrebbe essere coinvolto l’intero assetto istituzionale e addirittura quello costituzionale. A tal proposito, sbaglia chi pensa che ce l’abbiamo con qualcuno in particolare, anche perché, pur volendo, attualmente è impossibile prendersela in maniera diretta con la politica e ciò che ruota intorno ad essa, per il semplice motivo che in questo Paese la politica, di fatto, non esiste più da tempo.

Sia pure con la morte nel cuore, siamo infatti costretti ad ammettere che, almeno in Italia, ha vinto alla grande il pensiero liberista che, oltre a calpestare il senso di comunità e, di conseguenza, i diritti, la dignità e le speranze di quegli stessi individui che afferma di voler esaltare, ha inquinato il nostro sistema politico al punto che oramai sono del tutto scomparsi i partiti. Persino l’ultimo rimasto, quel PD che con Bersani aveva fieramente resistito, salvo poi capitolare nella disfatta andata in scena tra il febbraio e l’aprile del 2013, persino gli eredi della gloriosa tradizione della sinistra cattolica e socialdemocratica hanno ormai accettato l’idea di trasformarsi in un partito personale, in una sorta di comitato elettorale permanente di Renzi, con l’augurio che la verve dello spregiudicato fiorentino conduca in porto alcune delle riforme che la Nazione attende da trent’anni. Il guaio è che anche lui è inevitabilmente destinato a fallire, al netto delle sue colpe e dei suoi meriti, delle sue idee e del sostegno, a dire il vero tutt’altro che scontato, che esse riceveranno da gruppi parlamentari riottosi e animati da un inconfessabile, ma evidente, spirito di rivalsa nei confronti di un personaggio che tra le sue indiscusse virtù non annovera certo la simpatia e la gratitudine.

Fallirà perché è la politica ad aver fallito; fallirà perché l’assenza di partiti coincide oramai drammaticamente con lo svuotamento dall’interno delle istituzioni; fallirà perché dopo vent’anni di berlusconismo, di dibattito pubblico drogato e di scadimento progressivo della classe dirigente nemmeno De Gasperi potrebbe riuscire nell’impresa di dare un senso, una meta, un orizzonte condiviso cui tendere a una massa indistinta di individui che non sanno più neppure chi siano, quali interessi rappresentino, per quale motivo siano stati selezionati, quale sia il loro ruolo e il loro compito, quali siano le ragioni del loro impegno e della loro passione civile, in qualche caso autentica ma troppo spesso tristemente immatura.

E fallirà, infine, perché a tutto ciò aggiunge il suo rifiuto ostinato di qualunque forma di dialogo con i corpi intermedi, con le parti sociali, con le rappresentanze sindacali, illudendosi di poter dare un senso a quella folla di persone sole che vorrebbe rappresentare ma non può, perché lui non sa dove condurle e loro non sanno dove vogliono andare.

Sarebbe, tuttavia, ingeneroso gettare la croce addosso a una sola persona perché, nel contesto dato, molti potrebbero fare meglio di lui ma nessuno potrebbe riuscire a rivitalizzare l’assetto democratico del Paese senza significativi e devastanti strappi che rischiano di mettere seriamente in pericolo il nostro fragile tessuto sociale e civile. Se siamo arrivati a questo punto è perché, per troppo tempo, ci siamo lasciati collettivamente abbindolare dalle promesse mai mantenute, e spesso alquanto cialtronesche, dell’imbonitore di turno, mandando malamente a casa le poche figure serie e competenti che abbiamo avuto la fortuna di avere al governo e alle quali, invece di dire grazie, abbiamo riservato parole di scherno, insulti, offese e maledizioni di ogni sorta.

E così sono scomparse, giorno dopo giorno, quelle straordinarie comunità di donne e uomini sulle quali è imperniata qualunque democrazia, senza le quali il concetto stesso di democrazia viene meno, si falsa, si inaridisce, perché rimane unicamente il potere per il potere e scompare il popolo, col suo carico di ansie, preoccupazioni, proposte ma, soprattutto, entusiasmo, partecipazione, ricerca di un obiettivo e di un orizzonte comune cui guardare. Per questo, nel surreale (e puerile) dibattito politico di casa nostra, alla maggior parte delle persone sembra normale che si discuta dell’Italicum o che si proponga una riforma del Senato che, in pratica, elimina il concetto stesso di bicameralismo, rendendo la seconda camera una sorta di dopolavoro per sindaci e consiglieri regionali, privi di un ruolo, di un’indennità, di una ragione stessa di esistere a livello istituzionale.

D’altronde, non può essere altrimenti, se consideriamo che ai santuari del liberismo la nostra Costituzione, così limpida, così ricca di tutele e dignità dei lavoratori, così moderna, non è mai piaciuta neanche un po’ perché mal si concilia con l’idea del denaro per il denaro, dell’arricchimento ad ogni costo, del profitto a scapito dell’ambiente e della vita stessa delle persone e, soprattutto, di una politica finta, inutile, affidata al massimo a un drappello di mestieranti legati a filo doppio, finanziariamente e ideologicamente, ai propri sponsor.

Per fortuna, questa barbarie planetaria che ha causato la crisi più grave dal dopoguerra ha sì vinto ma ancora non del tutto, visto che persino nelle nostre screditate istituzioni resistono e si difendono come possono fior di galantuomini, di persone perbene, di parlamentari competenti e ricchi di cultura e di amore per il prossimo; ma oramai i santuari del liberismo hanno conseguito il risultato più umiliante, ossia quello di condannarli all’irrilevanza, di costringerli ad assistere a un dibattito fuori dal mondo nel quale nessuno batte ciglio di fronte a una proposta aberrante come l’introduzione del vincolo di mandato per i rappresentanti del popolo, di condannarli a scomparire lentamente e tra mille insulti per essere sostituiti, a mano a mano, da personaggi congeniali allo scardinamento dall’interno del sistema.

Per questo temiamo che, alla fine, anche Renzi e il suo strampalato tentativo riformista siano destinati a fallire; e non sarà, come crede erroneamente lui, il sistema ad opporsi e a resistere, figuriamoci, ma sarà senz’altro il sistema ad implodere e accartocciarsi su se stesso a causa della sua infinita e oramai evidente fragilità. E a vincere, un po’ ovunque, non solo in Italia, saranno le forze populiste di ogni forma e colore, prevalentemente di destra e di estrema destra, a loro modo congeniali al sistema, in quanto per definizione non partiti, non interessati ad alcuna forma di democrazia, nemici giurati delle istituzioni e di qualunque forma di rappresentanza popolare, capaci di esprimersi unicamente per slogan senza un solo contenuto degno di questo nome e, dunque, perfetti da colonizzare e sfruttare per chi vede la politica non come un mezzo per mettersi al servizio del popolo ma come un formidabile strumento per asservire il popolo ai propri interessi.

A completare il disastro emerge il fatto che, nonostante tutto, alcune di queste forze assolutamente impresentabili riescono ad esprimere contenuti più convincenti, e, per assurdo, più di sinistra, di una sinistra che si è sbriciolata dopo la caduta del Muro e si affida in maniera incosciente, in tutta Europa, a dei perfetti interpreti di una sorta di “liberismo dal volto umano” che di umano non ha proprio nulla e che sarebbe incredibilmente ridicolo se non risultasse amaramente tragico.

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