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Il caso Gentile tra censura, libertà di stampa e i vizi della politica italiana

 

La politica recidiva, la faccia triste della stampa italiana e l’esempio positivo del direttore dalla schiena diritta dell’Ora della Calabria.

Oreste Pivetta

Antonio Gentile, il parlamentare scelto da Angelino Alfano per occupare il posto di sottosegretario alle infrastrutture e ai trasporti, si è dimesso e dimettendosi ha aperto un capitolo relativamente poco frequentato nella storia dei governi italiani. Non nuovo però.
Ricordiamo che quasi ad apertura del precedente esecutivo, quello diretto da Enrico Letta, Josefa Idem, grande campionessa della canoa, fu investita da un’onda inattesa di accuse per una presunta evasione fiscale.
Josefa Idem in quattro e quattro otto svuotò i cassetti della scrivania nel suo nuovo ufficio al ministero e tornò a remare profittando di correnti che meglio conosceva, tra l’esultanza della stampa competente in materia giudiziaria. L’accusa risultò presto infondata, ma Josefa rimase tra i suoi fiumi, felice di poter vantare la propria provata innocenza.

L’autodifesa dell’onorevole.
Antonio Gentile, rinunciando all’incarico, non ha esitato a proclamarsi innocente. Ma in questo caso si tratta solo di una opinione personale: innocente il figliolo, per il quale il parlamentare si sarebbe adoperato, innocente il parlamentare che mai avrebbe fatto pressioni perché venisse cancellato da un quotidiano della sua regione, “L’ora della Calabria”, un articolo che riguardava appunto il figliolo, coinvolto in una indagine della magistratura per abuso in atti d’ufficio, falso ideologico e associazione a delinquere, nel mirino l’Azienda sanitaria provinciale di Cosenza.

Non ci sono ancora verdetti, non ci sono ancora sentenze e chi mai potrebbe immaginare che un sottosegretario di fresca nomina si sia adoperato, chiave inglese in mano, a bloccare la rotativa, che si sarà invece tempestivamente e coscienziosamente bloccata da sé e non contano quelle parole sussurrate al telefono e al portafoglio dello stampatore: “ma a te chi te lo fa fare.”.

“Calunnie, complotti”, protesta Gentile. “Vedrete.” minaccia neppure troppo sommessamente, dopo aver ascritto il suo addio al sottosegretariato alle categorie del dono e della generosità.

La macchia nera della censura.
Vedremo. Intanto si è dimesso e le sue dimissioni appaiono a noi, vecchi moralisti a mezzo stampa, un atto dovuto da parte di chi si sarà reso conto alla fine, per quanto tardi, che una censura tanto rumorosa sarebbe davvero una macchia nera, che nessuno trascriverà magari sulla fedina penale, ma che potrebbe rimanere indelebile sulla coscienza di un bravo uomo come Gentile, per giunta giornalista pubblicista, membro insomma di quel consorzio (altrimenti Ordine dei giornalisti), i cui affiliati dovrebbero ben conoscere e apprezzare le norme della deontologia.

Alfano, Renzi e una nomina inopportuna.
Ovviamente c’è una bella differenza tra le due dimissioni, di Josefa Idem e di Antonio Gentile: sulla prima l’accusa, poi mostratasi infondata, piombò a nomina già avvenuta, sul secondo piombò invece la nomina, nonostante del fermo alla rotativa si sapesse già tutto.
Qualcuno insomma, Alfano o Renzi o i loro suggeritori (mi permetto un inciso: dopo aver letto i nomi dei componenti della squadra di governo, avrei volto conoscere anche quelli dei suggeritori di Renzi, ispiratori di tanto brillante e autorevole compagine), avrebbe dovuto sapere, provvedere per tempo e agire con quella prudenza, che avrebbe scongiurato una promozione tanto esposta alle critiche: una rotativa non si rompe tutti i giorni, in tanti si saranno accorti del fracasso scandaloso, un insulto alla libertà di stampa. In tanti ne avevano scritto. In tanti erano insorti. Persino i Grandi Direttori erano insorti.

Il caso Gentile mostra di nuovo l’arrogante recidività di tanta parte della politica italiana (non faccio di ogni erba un fascio, ovviamente), incapace di rigenerarsi nel rispetto delle istituzioni e dei cittadini, malgrado le siamo giunti da tempo segnali assai pesanti: pensiamo solo a quanti elettori hanno rinunciato a votare, al fascino accattivante del populismo, alla comodità del qualunquismo, alla scappatoia dell’antipolitica.

Rispondere a tanto degrado è impervio, ma uno scatto servirebbe ogni tanto: un taglio dei salari parlamentari, una regola un poco restrittiva per i vitalizi, la cancellazione di qualche benefit, la partenza per altri lidi di qualche inquisito o di qualche sospettato. Invece niente, in attesa della Grande Riforma.

La faccia triste della stampa italiana.
Tutto questo e altro ancora lo conosciamo. Ma la vicenda, penosa, umiliante, mostra anche la faccia triste e forse quella più vera della stampa italiana, debole, bistrattata, al servizio, sotto tutte le testate e principalmente in quelle minori, meno protette dalla fama della proprietà e dalla quantità delle tirature.

E l’esempio del direttore dalla schiena diritta.
Il “caso Gentile” offrirebbe l’occasione per una radiografia di un sistema frammentato di mille fragilità e di qualche ex potenza in piena crisi, un sistema in cui i sacri principi della democrazia, della libertà di stampa, dell’indipendenza di giudizio, sono più che mai esposti alle più diverse tentazioni dei più diversi poteri, difesi a Cosenza da un direttore onesto, Luciano Regolo, che ha denunciato la sospetta “particolarità” del guasto alla rotativa, dimostrando che ai giornalisti resta ancora qualche arma e qualche speranza per salvare dignità e mestiere. Rialzare la testa, esercitare la critica, interrogarsi sulle proprie responsabilità, come molte altre volte è accaduto.

P.s. Sarebbe utile rileggere qualche pagina scritta tanti anni fa, dopo la strage di piazza Fontana, quando molti giornalisti ebbero, uniti, il coraggio di rifiutare le veline e le “piste anarchiche” confezionate dai ministri e dai prefetti.

 

Da voltapagina.it

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