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La rabbia e l’illusione nella stagione del nulla

 

Pierluigi Bersani ed Enrico Letta non andavano bene, questo è evidente. Non andavano bene a quest’Italia rissosa e assetata di sangue, desiderosa di novità ma intimamente conservatrice, carica di contraddizioni ma, al tempo stesso, pronta a fidarsi di qualunque illusionista, purché prometta molto, alzi la voce, utilizzi toni per lo più sguaiati, quando non proprio volgari, e tuoni contro qualsiasi forma di dialogo e confronto bollandola senza appello come “inciucio” o “manovra di palazzo”. Non andavano bene due figure così sobrie e distinte, due personaggi che sembrano usciti dalla penna del Guareschi, con quei modi garbati, quell’idea della politica come comunione d’intenti e di vedute, quell’idea della società come un insieme integrato di persone e storie, ciascuna rispettosa dell’opinione altrui, ciascuna disposta a rinunciare a qualcosa per favorire la convivenza civile della comunità.

Non andava bene la visione socio-politica di questa coppia tosco-emiliana che, in ogni occasione, sia in pubblico che in privato, sembrava animata dallo spirito di Coppi e Bartali, da una visione del confronto e della lotta politica nella quale non si infierisce mai sull’avversario a terra e anzi lo si aspetta, per riprendere poi la sfida ad armi pari, per combattere coraggiosamente, a viso aperto, senza lasciare sul campo le tossine di uno scontro isterico e improduttivo in cui l’unico a rimetterci è il Paese e, in particolare, i ceti sociali più deboli e devastati dalla crisi.
Non andava bene la generosità di questi due che, mutuando una celebre definizione di Montanelli a proposito della coppia inventata dal Guareschi, in fondo erano una persona sola, i due volti della stessa anima, le due visioni a confronto di un’Italia più che mai bisognosa di gentilezza, di solidarietà, di speranza, di una politica realmente vicina alle esigenze dei cittadini, di una sinistra degna di questo nome, pulita, laica, attenta ai bisogni degli ultimi e in grado di favorire lo slancio e la vitalità di chi ha di più e può dare di più per la crescita della collettività.
Non andavano bene e non sono stati capiti; anzi, sono stati isolati, traditi, trattati come due personaggi fuori moda e fuori dal mondo o, almeno, da questo mondo che non guarda in faccia nulla e nessuno, che non si ferma davanti a niente, che consuma le cose e le persone alla velocità della luce, che non ha alcun rispetto per i percorsi individuali e collettivi, anche perché ha praticamente distrutto il concetto stesso di collettività, abbandonandosi indistintamente e ciecamente alla barbarie liberista dell’uomo solo al comando e della società inutile e inesistente.
Non andavano bene e hanno pagato per tutti, travolti da colpe non loro o, per meglio dire, dall’unica, grande colpa di non essersi rassegnati a questa falsa modernità senza futuro e senza orizzonte, incapace di generare speranze e prospettive comuni e in grado solamente di creare leader o sedicenti tali che poi si squagliano come neve al sole, magari in diretta streaming, affossati dall’inconsistenza delle loro proposte e dalla loro passione barricadiera che finisce col trasformare le aule del Parlamento in una sorta di arena perenne, senza tregua, costringendo la Presidentessa della Camera a sigillare il proprio ufficio e alimentando un clima di tensione e scontro permanente che non fa altro che acuire le perplessità dei partner stranieri nei confronti del nostro Paese.

Peccato che in questi giorni, al termine della drammatica direzione del PD, abbiamo capito definitivamente che non andassero bene neanche al proprio partito, a sua volta attratto da questa sorta di volontà di potenza e di leadership ben incarnata dall’attuale segretario, talmente sicuro di sé da arrivare addirittura a vantarsi della propria “ambizione smisurata”, riecheggiando un po’ quei finanzieri anni Ottanta, non a caso ribattezzati “yuppies”, che consideravano la loro ascesa repentina un bene non solo per se stessi e le rispettive carriere ma per l’intera umanità.

Volendo analizzare il fenomeno in chiave storica, torna in mente il celebre personaggio di Michael Douglas nel film “Will Street”, quel Gordon Gekko secondo cui “l’avidità e buona”. Tutto questo non per dire che Renzi sia minimamente paragonabile a una figura tanto negativa e detestabile, ci mancherebbe altro, quanto per mettere in risalto il fatto che, purtroppo, non solo lui ma tutta la sua generazione è stata inevitabilmente influenzata da quel pessimo modello, trasferitosi negli anni Novanta dalla finanza alla politica, com’era logico attendersi, com’era in parte già avvenuto negli anni Ottanta con i danni causati alla società e all’umanità dal duo Reagan-Thatcher, come continua ad avvenire tuttora, a causa dei cascami di un’ideologia barbara e devastante che seguita a imperare soprattutto nel Vecchio Continente dove, anzi, specie in Italia, qualcuno torna periodicamente ad esaltarla come la panacea di tutti i mali e la vera soluzione ai nostri atavici ritardi in materia di riforme e sistema-Paese.

Anche per questo Bersani e Letta non andavano bene: perché, pur essendo due convinti riformisti, dotati a loro volta di una buona dose di pragmatismo e rapidità esecutiva, erano comunque dell’idea che il liberismo sia un male, che la società non possa progredire se non si tiene per mano e non cammina insieme, che un modello economico e finanziario tutto incentrato sull’offerta, senza la benché minima attenzione al lato della domanda, cioè dei milioni di cittadini costretti a vivere con stipendi e pensioni da fame e di quegli imprenditori che falliscono e si suicidano per via dell’impossibilità di avere un mercato, sia dannoso e superato dalla storia e, più che mai, che non abbia alcuna funzione sociale un partito ridotto a comitato elettorale del leader di turno, senza simboli, senza idee, senza un’ideologia chiara e precisa, senza una struttura e dei punti di riferimento culturali e valoriali.

Non andavano bene ed è palese che anche il PD, sia pur con qualche titubanza, alla fine si sia convinto di ciò, trafiggendo Bersani nel chiuso delle urne allestite per l’elezione del Capo dello Stato e Letta a viso aperto, con un ringraziamento di facciata e un benservito che lascia sgomenti sia la base sia quei milioni di elettori che lo scorso 8 dicembre erano corsi alle Primarie a sostenere Renzi in nome della promessa di sconfiggere finalmente la destra alle elezioni.
Non è andata così e adesso sta a lui dimostrare il proprio valore a Palazzo Chigi. Ciò che resta a noi è un senso di amarezza e di tristezza per le promesse tradite (la più nota è il famoso hastag #enricostaisereno) e per la mancanza di un programma concreto e convincente con cui il segretario del PD, intenzionato, a quanto pare, a mantenere il doppio incarico, si è fatto assegnare un compito quanto mai spinoso, senz’altro il più difficile della sua breve ma folgorante carriera politica.

Ce la farà? Sta a lui dimostrarlo. A nostro giudizio, il rischio che fallisca è altissimo, se non altro per l’inesperienza e le ristrettezze economiche con cui dovrà fare i conti, cui si sommano i problemi derivanti da una maggioranza più che mai eterogenea e dall’ostilità latente di gruppi parlamentari pronti a crocifiggerlo al primo passo falso o alla prima sconfitta elettorale (vedasi alla voce Europee).

Tuttavia, Renzi non si ferma, va avanti come uno schiacciasassi e fa di testa sua, senza ascoltare nessuno, senza preoccuparsi più di tanto di chi lo invita ad esercitare una maggiore prudenza, mostrando i muscoli ad alleati e avversari e sfoggiando senza infingimenti quel decisionismo che ha sempre caratterizzato il suo personaggio, rendendolo estremamente simpatico agli occhi di Berlusconi e di alcuni dei suoi più stretti collaboratori.
È il suo momento, la sua grande occasione e lo sa, non può tirarsi indietro. D’altronde, come ha scritto Ezio Mauro su “la Repubblica” di venerdì scorso, definendolo un “acrobata”: “L’attore politico in questo nuovo teatro è tecnicamente spregiudicato perché gli interessa solo essere se stesso e arrivare in fondo, è quindi disancorato da tradizioni ed esperienze precedenti perché vive della propria leggenda e deve raccontare di continuo solo quella, è post-ideologico perché la sua forza è la contemporaneità, anzi l’adesione istantanea a tutto ciò che è contemporaneo, senza legami, obblighi e carichi pendenti, come se contasse solo la storia che ogni volta si inaugura, non quella che si è già compiuta”.

Come ha osservato qualcuno, tutte queste caratteristiche fanno di lui un perfetto interprete di una sorta di futurismo in chiave moderna, l’esatta negazione della sinistra, del suo senso della storia e delle tradizioni, del suo cammino collettivo e sempre improntato al progresso della comunità nel suo insieme e non di singoli interpreti, sia pur più dotati degli altri. Ma queste, lo sappiamo bene, sono le critiche dei maligni e dei detrattori, di chi lo ha sempre avversato e si augura, in cuor suo, che fallisca miseramente alla prova dei fatti. Noi, al contrario, lo giudicheremo laicamente, in base a come si comporterà d’ora in poi e alle riforme che riuscirà o meno a varare, accantonando nelle nostre riflessioni sia la rabbia cieca sia le illusioni e le attese messianiche che, purtroppo, pervadono la nostra società in questo tempo senza valori e, il più delle volte, svuotato di senso. Visto che, però, gli piacciono tanto le citazioni, ci permettiamo di sottoporre alla sua attenzione una riflessione di un vero innovatore: “Negli Stati Uniti c’è un’ondata <<creazionista>>, antidarwiniana, a cui partecipa Reagan in persona, che funziona da travestimento ideologico dell’indivualismo e del capitalismo, una nuova etica. La sinistra ha fatto bene a disfarsi di vecchi miti, a riaffermare la sua piena laicità, ma non può vivere e vincere senza valori ideali, che sono poi quelli di cui il movimento operaio è portatore da sempre – pace, giustizia, eguaglianza, lavoro, sapere, solidarietà – ma che hanno bisogno di essere diversamente pensati e tradotti, perché si applicano a una realtà diversa. Devono ridiventare anch’essi senso comune”. Si chiamava Enrico Berlinguer e già trentuno anni fa, dunque agli albori, aveva compreso i limiti e la portata distruttiva del pensiero liberista.

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