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Il 12 febbraio, novant’anni fa. Un caffè visionario

 

Oggi l’unità festeggia con un inserto di 96 pagine, in edicola a 2 euro, i suoi primi 90 anni. “il giornale non avrà alcuna indicazione di partito, dovrà essere un giornale di sinistra”, scriveva Antonio Gramsci. Ieri Mario Tronti, intervenendo a un convegno su Berlinguer, distingueva tra “personaggio e personalità politica”. Intendeva, il professore, che per superare la prova della storia non basta al politico essere abile, determinato e neppure disinteressato: occorre che fondi il suo impegno su qualcosa di più generale, qualcosa che forse non lo consacra al plauso dei contemporanei ma che lo lega a un sentire più generale, perciò meno effimero.

Repubblica “Renzi premier, sfida finale con Letta”. Corriere “Letta resiste ma il governo Renzi è vicino”. “Lo scontro finale”, titola la Stampa. “Arriva il governo Renzi, ma Letta chi lo caccia?” si chiede il Fatto. “Letta & Alfano non ridono più. – scrive il Giornale – Renzi (senza entusiasmo) verso palazzo Chigi da nominato”. Il catalogo è questo. E non è un capolavoro. Da settimane provavo a raccontare un’altra storia. Cercavo le cause della catalessi in cui era caduto il governo delle larghe intese dopo che queste si erano ristrette. Provavo a interpretare la domanda di una svolta, anche a costo che fosse sbrigativa e partorisse leggi assai imperfette, che era venuta dalle primarie del Pd. E analizzavo il metodo del nuovo segretario, spregiudicato e animato da una forte volontà di potenza, ma non privo di metodo.  Invece il racconto che passa oggi è quella di una contesa tra polli in casa Pd, una “staffetta”, un sorpasso tra due politici nuovi, e quindi per forza democristiani, perché qui democristiano è sinonimo di doroteo, privo d’ogni altra ispirazione profonda che non sia la conquista del potere.

“Letta resta solo ma resiste – scrive la Stampa. Poi, tra virgolette “Deve essere chiaro, è in corso una manovra di palazzo”. “L’ultima pugnalata: il classico duello DC”, scrive il Fatto e aggiunge “Il cavaliere se la ride: merito mio”. “Nel Palazzo è già toto ministri – rivela Repubblica – all’economia Boeri o Guerra e per la cultura spunta Baricco”. E Napolitano? Il Presidente della Repubblica, di cui era noto l’operoso interventismo, senza bisogno di leggere la panna montata di Alan Friedmann, ora fa l’arbitro: “Adesso deve parlare il Pd”, Corriere della Sera, “Aspetto una scelta chiara, non posso mediare di continuo” Repubblica.

Matteo, chi te lo ha fatto fare. Si lo so. Te lo chiedevano tutti: banchieri, imprenditori, compagni di partito, semplici parlamentari che non volevano tornare a casa prima del tempo. Si, lo so. Il logoramento era dietro l’angolo: governo catatonico, rischio di imboscate parlamentari, una campagna per le europee ingestibile con un Pd sdraiato come uno zerbino sulle posizione della germanica SPD. Capisco tutto. Ma forse non sarebbe stato vano ascoltare, ieri, quella dissertazione di Tronti sulle “personalità politiche”. Anche non “comuniste”. De Gaulle aveva una “visione” e il visionario entrò per primo, lui esponente di un paese sconfitto e collaborazionista, nella Parigi liberata dopo lo sbarco in Normandia. E allontanato dal potere , dopo il 48, perché non si rassegnava all’impotenza della politica, fu acclamato 10 anni dopo Presidente di una monarchia repubblicana a sua immagine.

Io avrei provato a resistere, o, almeno, avrei atteso finché non me lo avessero chiesto tutti, formalmente e con il cappello in mano, di entrare a Palazzo Chigi. Volete andare al voto, con il proporzionale? Servitevi. Il Pd ha da perdere meno del 5Stelle (che poi non potrebbe continuare a dire “non ci mescoliamo”), avrei detto. Il Presidente della Repubblica si dimette? Eleggiamone un altro. Forse la fine sarebbe stata la stessa. Renzi a Palazzo Chigi, ma i giornali e giornalisti non si potrebbero pavoneggiare. Non sarebbe passata la tesi del “sono tutti uguali”, sempre in lotta per il potere, personale e di partito, tutti casta. Pazienza. Come diceva Alicata (che non ho conosciuto ma che, per quello che so, non mi sarebbe stato simpatico) “al lavoro e alla lotta”. Gli errori si scontano, il mondo va avanti.

Da corradinomineo.it

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