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I danni del populismo

 

Sono sicuro (e non sono il solo in questo pensiero leggendo,come mi capita da tempo,leggendo  i quotidiani che ancora escono nell’Italia oppressa dalla crisi economica) che, secondo l’Istat,sono  oltre un quarto degli under 35 cioè  3 milioni e 750 mila  che non studia nè lavora, la maggior parte al Sud. Una condizione quasi incredibile per gli standard occidentali ma ormai vicina  realizzarsi in un paese  semidistrutto dagli errori e dagli slogans dell’uomo che ha governato per quasi vent’anni la penisola,l’ineffabile imprenditore di Arcore. Berlusconi è stato il maggior campione dell’antipolitica e Grillo non riuscirà a superarlo, pur con tutta la buona volontà dimostrata negli ultimi mesi.

E’ stato il Cavaliere a dimostrare che il miglior populismo è quello che si inserisce saldamente nella tradizione della destra e , con le sue numerose  campagne contro le tasse e contro lo Stato- oltre che, contro i giudici,  che hanno accompagnato la sua ascesa-e, grazie ai fedelissimi che non lo hanno ancora   lasciato,è riuscito di fatto  a demolire addirittura   la  mediazione politica necessaria nella democrazia, parlamentare o presidenziale che sia. Chi ha a cuore il destino del paese sa che l’Italia è un paese da ricostruire dopo il ventennio populistico,un’impresa-ricordiamolo-di difficoltà non minore a quella che ebbero i nostri padri e nonni agli inizi del secondo dopoguerra.Ma perchè l’impresa possa riuscire e non si coaguli una protesta distruttiva(senza bisogno di pensare ai “forconi” di cui parliamo tanto in queste settimane) è necessario innanzitutto uno sforzo convergente di molti attori sul piano politico come su quello sociale ed economico.E senza un rinnovamento della classe dirigente a tutti i livelli-nella finanza e nell’impresa, nell’amministrazione dello Stato come nelle tecnostrutture di controllo-l’impresa diventa quasi impossibile.

Ma a sentire gli slogan che vengono dalle manifestazioni che hanno almeno in parte riempito piazze in alcune città italiane,da Genova a Torino,da Venezia a Roma,c’è da restare attoniti di fronte alla disperazione e al nichilismo che sprigionano dalle parole estreme di alcuni dei capi(o presunti tali) dei Forconi. Certo le frasi antisemite,gli elogi al leader nazionalista umgherese Orban,l’escalation della violenza anche verbale,l’indulgenza per le mafie,l’auspicio di un governo di generali sono tutti elementi che sembrano andare nella direzione di una destra antieuropea e con radici nelle tradizioni antidemocratiche di una componente che ha le sue radici non nelle esperienze democratiche ma in quelle che affondano il proprio passato negli anni trenta e quaranta.

La verità è che non siamo usciti ancora dall’età populista che ha caratterizzato l’ascesa di Berlusconi a metà degli anni novanta e lo ha fatto restare al potere,sia pure con qualche intervallo-per più di dieci anni.  Con il nichilismo non si costruisce nulla e, a leggere il ritratto che di Henry David Thoreau,lo scrittore americano che ha fondato teoricamente il verbo populista,ha scritto il romanziere americano Robert Louis Stevenson, indimenticabile autore dell’Isola del tesoro,ci si fa un’idea più chiara di come i populisti contemporanei si siano allontanati dalla predicazione del grande scrittore che rimane consegnato alla memoria dei contemporanei come teorico della disobbedienza civile e del culto della natura,non certo dell’impasto di qualunquismo e di lotta alle leggi che contraddistingue gli attuali leader del populismo europeo.

Ma proprio per questo la lotta democratica per una nuova Italia più giusta e moderna appartiene a un dovere urgente dei democratici che devono respingere il ribellismo di una destra che non accetta nè la costituzione democratica nè i doveri di una politica adeguata ai bisogni dei giovani come delle generazioni più anziane.      

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