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Un caffè dove si parla di riformisti immaginari e di nemici del Papa

 

Pare che la Francia si sia opposta e la stretta di mano tra Obama e Rohani è rinviata: prossimo incontro il 20 novembre. Non so niente di nuovo di Christian D’Alessandro, attivista di Greenpeace sequestrato dagli sgherri di Putin e il Papa non può dire cose sante (contro i devoti della dea tangente) ogni giorno. Mi tocca tornare alle usate questioni della crisi di casa.

Repubblica, “Cassa integrazione: fondi esauriti”. Problema urgente e grave, perché sono circa 350mila le famiglie che possono contare, per mettere a tavola la cena, solo sul contributo della Cassa in Deroga. I ritardi nei pagamenti creano ansia e rabbia. Tuttavia sappiamo che una parte di quei 350mila posti di lavoro (la metà, restando prudenti), in realtà, non c’è più. Lo Stato arcaico e inefficiente sta assistendo tanti disoccupati, fingendo che il loro lavoro ci sia ancora.

Con le pensioni è lo stesso. Quella di reversibilità, di cui ha fruito la nonna di Matteo Renzi, è stata una mano santa: le ha permesso di tirare su ben sei figli. Quell’infingardo del nipote ora si chiede: gliela devono pagare sempre e per intero anche ora che deve pensare a sé sola? Il problema esiste. Se un anziano, più di là che di qua, contrae un matrimonio d’interesse con la sua giovane badante, lo Stato dovrà erogare una parte della sua pensione quasi in eterno.

Allora? Allora dobbiamo sapere che una parte dei contributi alle imprese e al lavoro (cassa integrazione in deroga) e una parte della spesa previdenziale sono una forma di assistenza.  Ed è bene che la sinistra se lo dica, per non cianciare di tagli alle pensioni d’oro (quelle di 3mila euro fanno un netto di 1600) e non trovarsi senza argomenti davanti agli attacchi da destra. Scrive Porro, sul Giornale, “da un punto di vista puramente contabile 700 euro di pensione al mese possono essere più costose per le casse dello Stato di 7mila euro: tutto dipende da quanti contributi sono stati versati nel primo e nel secondo caso”.

Il punto è che quei 700 euro evitano a un anziano di chiedere l’elemosina. Il punto è che non si possono buttare in strada 150mila cassi integrati in deroga. Vero che hanno chiuso ben 400mila partite IVA, ma è probabile che la maggioranza di quei 400mila abbia ancora qualche possibilità di sbarcare il lunario, l’operaio “in deroga”, in tempi di recessione, no.

Perciò dirvi che ho trovato petulante l’intelligentissimo Fassina quando ha creduto di aver colto in castagna Grillo, spiegando a tutti noi che il “salario di cittadinanza” è “senza copertura”. Lo sappiamo. Stante la nostra impotenza (all’Europa non si può chiedere nulla, le tasse del ceto medio non si possono far crescere ancora, l’evasione del ricco non si riesce proprio a combattere) il salario a chi non ha salario sembra un’utopia. Tuttavia serve per fare le riforme, caro Fassina. Perché una politica economica “riformista” ha bisogno di chiamare lavoro quello che è lavoro, e assistenza quella che è assistenza. E tu, come Letta, se non ti interrogherai intorno al significato della parola “riformismo”, finirai in balia della destra. Che vuole vendere le spiagge, sfornare un altro condono, mettere al sicuro la ricchezza rapinata dai ricchi, tenere i poveri, sia quelli da assistere sia quelli che lavorano e ci sostentano, continuamente sotto scacco.

“L’ultimo strappo di Prodi: non voto alle primarie Pd”, è il titolo della Stampa. Io invece mi sono iscritto. Anche se trovo scandaloso il pasticcio delle tessere e ne attribuisco la responsabilità a chi le ha truccate “ma anche” a chi non ha convocato il congresso subito dopo l’elezione di Napolitano e la formazione del governo, quando gli iscritti pretendevano di conoscere i nomi dei 101 e i simpatizzanti ci mandavano centinaia di migliaia di mail furiose. No, hanno preso tempo, si sono messi a parlare di regole astruse, hanno sequestrato la politica delegandola a Letta e Napolitano. Ora forse sperano che alle primarie vada a votare la metà della gente, per dire alla fine che il Pd sono sempre loro: i vecchi capi cordata con l’apparato che gli è rimasto intorno. Se fosse generoso, Prodi verrebbe con me a gridare queste cose. Aiuterebbe Barca a provare che un altro partito è possibile e il segretario che sarà eletto a innovare. Non è generoso.

Il Corriere ci dice che le tasse locali aumentano “conto da 503 euro”, ma dedica l’editoriale al Porcellum. Michele Ainis chiede un decreto. Il governo dovrebbe dire: si torni al Mattarellum. Ma, caro Ainis, Alfano e Lupi non vogliono il collegio uninominale, Letta e Quagliariello (e credo anche  Renzi) vorrebbero che si abolisse prima il Senato e poi si votasse con un premio di maggioranza al primo o, meglio, al secondo turno, mentre Grillo e Berlusconi vorrebbero votare subito con la vecchia legge per drammatizzare la crisi. L’ho detto e lo ripeto. Non siamo in condizione di fare le riforme né di ottenere una legge (se mai ne esistesse una) capace di risolvere tutti i problemi. I valori “non negoziabili” in questa vicenda mi sembrano due. Si ridia all’elettore il diritto di scegliersi l’eletto, con il collegio uninominale o, in subordine, con il vecchio voto di preferenza. Secondo, si abolisca la truffa del premio di maggioranza (che spinge a unire uomini e idee fra loro incompatibili) e ci si affidi a un secondo turno di ballottaggio, in cui il cittadino possa buttare giù dalla torre chi meno gli garba.

Scrivono sul Giornale Giuliano Ferrara e Vittorio Feltri. Entrambi chiedono che la destra passi all’opposizione. Così, dice Feltri, Berlusconi diventerebbe intoccabile. Sul Corriere, invece, Vittorio Messori, paragona il Papa (naturalmente facendosi il segno della croce e senza mai dire che sta parlando proprio di lui) a Beppe Grillo. Messori difende la Chiesa istituzione dal movimentismo primitivo della Chiesa degli esordi, oggi grillino e francescano. Povero Messori, non sa che le istituzioni a volte muoiono.

da corradinomineo.it

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