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Per chi suona la campana. Il caffè del 22 ottobre

 

“La legge di stabilità sembra destinata a diventare il terreno sul quale la maggioranza anomala di Enrico Letta finirà per azzuffarsi; e insieme lo schermo dietro il quale si consumerà la resa dei conti tra Pd e PDL sul destino di Berlusconi”. È quanto prevede Massimo Franco nella sua nota a pagina 6 del Corriere. I titoli dei quotidiani in edicola confermano tale analisi. Il Giornale: “Tassano pure i Bot” e poi “esproprio sui piccoli risparmi”, “stangata sul mattone”, solo un sottotitolo annuncia che “un gruppo di 24 senatori PDL (ritiene che sia) vietato criticare la manovra”.

La Repubblica: “Manovra, PDL allo sbando”. A provocare una piccola tempesta, la senatrice Anna Cinzia Bonfrisco, una di quelle che gira per commissioni a commissionare i commissari del PDL. Ha definito Quagliariello “dottor Stranamore del centrismo, apprendista stregone, inventore di stantie formulette paleo politiche, campione nazionale imbattibile dei tradimenti”. Ecco che Sacconi, Giovanardi, Formigoni, Azzolini, in tutto 24 senatori, insorgono: “Intollerabile tollerare la critica distruttiva e permanente al governo di cui fanno parte 5 nostri ministri e a cui abbiamo riconfermato la fiducia tre settimane fa su indicazione dello stesso Berlusconi”.

Replicano i “lealisti” e chiedono ad Alfano e a Schifani di stigmatizzare la lettera dei 24. Mentre Nitto Palma, messo a presidiare la Commissione Giustizia, spiega al Giornale che dietro le scaramucce sul governo c’è la sorte del Capo. I “governativisti” si offrono di “lavorare” (insieme ai centristi di Scelta Civica?) sulla (non) decadenza da Senatore a condizione che Silvio accetti i 2 anni di interdizione comminati in appello e si tolga di mezzo, lasciando campo libero ad Alfano, almeno in vista delle elezioni europee. Neanche per idea, i “lealisti” intendono usare la manovra per tenere sotto pressione e sotto ricatto Letta, il Quirinale, il Pd e i centristi. Con la minaccia del voto in Primavera con il Porcellum e uno solo (il solito) che dà le carte.

Guardando all’altra metà del cielo, la Stampa titola: “Sciopero contro la manovra. Letta bacchetta i sindacati”. Ovviamente la cosiddetta legge di stabilità non piace al mondo del lavoro e le Confederazioni sindacali hanno annunciato 4 ore si sciopero. Ma Letta si è difeso dicendo in tv che quella dei (soli) 14 euro di sgravi per i dipendenti al minimo sarebbe una falsità, che la sua manovra varrebbe un punto di crescita del prodotto interno lordo e che i sindacati sarebbero stati quanto meno “frettolosi” nel dichiarare lo sciopero. Oggi Enrico Letta proverà a spiegarsi davanti alle Camere.

In verità l’aria sta cambiando anche nel Pd, in vista del congresso. I 4 candidati segretario, Pittella, Civati, Renzi e Cuperlo, hanno presentato ieri le loro mozioni e si è così scoperto come nessuno di loro difenda la prospettiva delle larghe intese, così come Napolitano l’aveva prospettata commemorando Chiaromonte, l’8 di aprile, e cioè  come toccasana e strumento necessario per riformare l’intero sistema politico. Per i 4 candidati la priorità non sono le riforme costituzionali, da fare a tutti i costi con il PDL, ma la legge elettorale da cambiare subito, per garantire che chi vinca possa governare. E dunque addio a intese obbligate tra destra e sinistra. Secondo Repubblica, “Matteo la spunta, al Senato i democratici virano verso il doppio turno”.  Ancora, sia Civati, Renzi, sia Cuperlo che Pittella, ritengono che l’Italia si debba mostrare meno arrendevole nei confronti dell’Europa. Almeno gli investimenti strategici andrebbero sottratti alle regole di bilancio.

Dunque, se questo fosse davvero il clima, a destra come a sinistra, il governo Letta-Alfano non potrebbe più contare sull’appoggio incondizionato per i prossimi due anni, ma dovrebbe guadagnarsi il sostegno con i provvedimenti che riesce a varare. Verrebbe giudicato per quel che riesce a fare o non fare. Ma il Corriere teme le conseguenze di questo nuovo clima. Tanto che Ainis, in prima pagina, lamenta “l’insofferenza dei partiti nei confronti di Napolitano” e  Massimo Franco avverte che a novembre l’Europa ci richiamerà ai fare diligentemente i nostri compiti.  Allora si vedrà se l’effervescenza delle ultime ore non è che un fuoco di paglia, se tutti torneranno a fare quel che devono (secondo Franco) anche se non vorrebbero fare sul richiamo all’ordine che ci verrà dall’Europa nel mese di novembre.

Parecchi giornali titolano sulla figuraccia di Alfano, che ha dovuto lasciare, scortato dalla sicurezza, il luogo della cerimonia in onore dei migranti morti nel canale di Sicilia. Francamente, dopo il pianto di Letta inginocchiato tra le bare bianche di Lampedusa, dopo il silenzio di Alfano quando il sindaco dell’Isola gli ha offerto di accogliere in emergenza alcuni sopravvissuti nelle case dei lampedusani, con i funerali celebrati tanto tempo dopo, e ad Agrigento, e senza bare, dopo tutto ciò non sarebbe stato difficile prevedere che il ministro dell’interno si sarebbe tirato addosso una grandinata di fischi. Lunedì Luigi Manconi, insieme al Sindaco di Lampedusa,  ha presentato una proposta in 4 punti per un’ammissione temporanea dei profughi nei paesi dell’Unione europea. A partire dal prossimo vertice del 24 e 25 ottobre il nostro Governo avrà, se vuole, buone ragioni da sostenere in Europa.

Il Fatto titola: “Maradona & Verdini, quelli che se ne fregano”. Maradona, per quel gesto dell’ombrello che ha dedicato a Equitalia durante l’intervista a Che tempo che fa. Verdini, in quanto becero protagonista di una non intervista  all’ottimo Sigfrido Ranucci di Report, sui propri guai giudiziari e affari bancari. Esteticamente stona l’accoppiata Maradona Verdini: il primo qualcosa lo sapeva fare e si vede che ha pure letto qualche libro. Tuttavia, la legge deve valere per tutti. Devo ammettere che il Fatto non ha torto.

C’è anche una mia intervista, sul Fatto. Frettolosa, al telefono, mentre seguivo con interesse un dibattito sul bel libro di Tocci, “Sulle orme del gambero”, con Rodotà, Gentiloni e Barca. Ma non infedele. Ecco il contesto. Luigi Ciotti e una lunga lista di persone per bene chiedono che noi, senatori del Pd, non votiamo a favore della legge Quagliariello per avviare l’iter delle riforme costituzionali. Temono, con Rodotà, che la modifica dell’articolo 138, prevista dal testo, apra a chissà quali sfracelli, permetta di far strame della Carta del 48 e perciò auspicano che non passi con la maggioranza dei due terzi per poterla subito sottoporre a referendum.

Io non ho condiviso questo loro allarme. La modifica del 138 non mi è parsa devastante così come la possibilità di introdurre una sistema semi presidenziale alla francese non mi sembra il peggiore dei mali (la sospensione, di fatto, di troppe regole costituzionali e l’esautorazione del parlamento mi inquietano di più!). Per questo, a differenza di Tocci, che non ha partecipato al voto, a luglio ho fatto un intervento molto critico ma ho votato insieme al gruppo del Pd.

Ma la situazione mi pare cambiata. Dopo la condanna definitiva ai danni di Berlusconi, non capisco più come si possa pensare (o far credere) che sia possibile cambiare a fondo la Costituzione insieme al PDL e a Berlusconi. Dopo l’attacco allo Stato di Diritto e alla natura liberale della nostra democrazia, che ci tormenta dal primo di agosto? Con un governo criticato da tutti e tenuto in piedi dalla bugia che faremo grandi riforme? Così non confermerò il voto dato a luglio. La campana è suonata per le larghe intese. Impegniamoci a cambiare la legge elettorale e a costruire una posizione dell’Italia in vista del voto europeo. Valutiamo il governo per quel che fa, pronti, se necessario, a nuove elezioni politiche.

da corradinomineo.it
 

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