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L’Europa del disincanto. Il caffè del 25 ottobre

 

da corradinomineo.it

Stesso titolo per Repubblica e Stampa: “Spiati dagli USA 35 leader mondiali”. L’ossessione della super potenza è il controllo. Missili e Droni per “gli stati canaglia”, un esercito di spie all’ascolto di amici e alleati. Si sapeva.

Se a De Gasperi o a De Gaulle avessero chiesto “lei teme che in questo momento gli Stati Uniti la stiano spiando?”, i due leader avrebbero cambiato discorso. Le domande stupide non meritano risposte. Ma ora è cambiato, la super potenza non è più quella. Ad aprire il vaso di Pandora dello scontento europeo, più che le rivelazioni di Assange, è  il stato il voto di Westminster. Quel no del parlamento britannico a Cameron e alla richiesta dello “speciale alleato” (si trattava del blitz in Siria) ha funzionato come spartiacque.

Non a caso è stato il britannico Guardian a rivelare che la lista dei capi di Stato e di governo da spiare sia stata stilata da uomini della Casa Bianca. Ora le cronache raccontano una Merkel furiosa e determinata. Dopo che si è ritrovata su tutti i tabloid con quel telefono nelle mani, segno evidente dell’impotenza sua e della Germania. Hollande fa eco. Letta concorda. Già, ma per fare cosa? Angela ha convocato l’ambasciatore americano, il portavoce di Obama recita scuse che non scusano. Potrebbe saltare – dicono i giornali – l’accordo sul libero scambio tra Stati Uniti ed Europa. Se fossi io a Bruxelles, se potessi parlare all’orecchio dei potenti, gli consiglierei di dare un occhio al cambio tra le monete, un dollaro e 38 centesimi per un euro. Immettete liquidità nel sistema, rompete il tabù per cui alla BCE non si chiede, puntate sulla parità con il dollaro. Forse gli farete male, per una volta rendendo pan per focaccia. Figuratevi.  Preferiranno fare la faccia feroce, appena una smorfia ad uso degli elettori, per restaurare l’orgoglio ferito.

Il Corriere: “Lo strappo di Berlusconi”. Ancora? Cosa strappa, stavolta?  Spiega Ugo Magri sulla Stampa: “Oggi Berlusconi si riprenderà il partito. Gli cambierà ufficialmente il nome, da PDL a Forza Italia, e coglierà la palla al balzo per mettere in castigo il figlio ribelle Angelino che ha osato pretendere (lui ancora in vita) la successione al trono”. E Alfano che fa, rompe? Sa di non avere i voti. Sa di aver bisogno di tempo, un paio d’anni di governo, la partecipazione alle elezioni europee a fianco dei Popolari e senza Berlusconi. Sa di dover fare i conti con l’incognita del congresso Pd. Ma soprattutto gli servirebbe il coraggio, quel quid che, secondo Berlusconi, gli manca. Però, attenzione, Brunetta (ieri ha annunciato “guerriglia” in Parlamento se Rosy Bindi non lascerà la presidenza dell’Antimafia), Verdini e  Nitto Palma sono gente che non fa prigionieri. Guai ai vinti. Dentro Forza Italia non ci sarà spazio che per servitori fidati.

Il Fatto: “B. silura Alfano. Legge elettorale diktat del Colle”. Sotto il titolo il sommario spiega: “Il Caimano si riprende il PDL. Posti chiave a Verdini e Carfagna, il vice premier declassato a vice presidente. E con i ministri emarginati cresce l’ipotesi di scissione. Al Quirinale vertice senza le opposizioni per concordare il super porcellum. Il capo dello Stato si comporta da vero premier. Elezioni di nuovo in vista”.

Sì, Napolitano ha convocato i ministri che si occupano di riforme, Quagliariello e Franceschini, la presidente della  Commissione Affari Costituzionali del Senato (che discute di Legge Finanziaria), Finocchiaro e i capigruppo di maggioranza Schifani, Susta, Zanda. Irrituale? È il meno che si possa dire. Napolitano si comporta da premier e da segretario del partito di maggioranza? Da tempo lo fa. Tiene in non cale le opposizioni, in particolare Lega e movimento 5 Stelle? Credo che non possa essere sfuggito.  Ma quel’è il punto dei lavori sulla nuova legge elettorale, cioè della condizione  essenziale perché, alla bisogna, si possa andare a votare?

Ieri Doris Lo Moro e Donato Bruno, capi gruppo Pd e PDL in commissione, ci hanno consegnato una bozza con i punti su cui sono d’accordo e le questioni aperte. Punti di convergenza: il 20 per cento dei deputati sia eletto nelle attuali circoscrizioni, senza voto di preferenza. Il restante 80 per cento, invece verrebbe eletto in circoscrizioni più piccole (“provinciali o sub provinciali”, recita il testo), con una quota di donne pari al 35 per cento, sempre senza preferenze ma con candidati più “riconoscibili”. E il premio di maggioranza o di governabilità?  Resta, non temiate. E questa volta funzionerebbe in modo coerente sia alla Camera che al Senato. Solo che non potrà accedervi chi non abbia conseguito il 40 per cento dei voti validi.

Divergenze. Se nessuno raggiungesse questa soglia (il 40 per cento lo prese Berlusconi nel 2008, non Prodi nel 2006 né Bersani nel 2013) si dovrebbe provvedere, secondo il PDL, ad assegnare un “premino” a chi ottenga almeno il 35 per cento dei voti validi. Per consentire che possa almeno dettare le regole della futura coabitazione. Il Pd chiede, invece, che si proceda a un turno di ballottaggio tra le prime due coalizioni. Seconda divergenza: Bruno, PDL, non vuole le preferenze in nessun caso, mentre Lo Moro, Pd, le inserisce per l’80 per cento dei deputati da eleggere.

Che dire? Sono assolutamente contrario al premio di maggioranza al primo turno. Fabbrica coalizioni insincere e infedeli e (poi) rissose, consegna uno strapotere nelle mani di chi dà le carte, capo partito o capo coalizione. A mio avviso se si vuole garantire la “governabilità” bisogna ricorrere al doppio turno. Certo il valore della rappresentanza verrebbe sacrificato comunque, perché, fatti i conti, a una forza capace di riunire appena il 20 per cento degli aventi diritto al voto si consegnerebbero le chiavi del futuro governo. Ma il gioco della torre, la scelta di buttar giù chi ti piace meno, verrebbe riservato agli elettori nel  turno di ballottaggio. Inoltre, sono a mia avviso indispensabili o i collegi uninominali o il ricorso alla preferenza. Da venti anni i partiti, non i notabili e neppure le mafie, hanno fatto strame della nostra democrazia, e ai partiti, anche simbolicamente, bisogna sottrarre la scelta del deputato.

Che altro? Leggete Sofri su Repubblica, “Morire davanti al ministero per una malattia dimenticata”. Parla di Raffaele Pennacchio, affetto da SLA e portavoce di chi si batte per i diritti del malato. Un’Italia bellissima, di cui andare orgogliosi e su cui costruire futuro, affiora dalla generale rimozione. È l’Italia di Pennacchio e di tanti che non si nascondono e lottano per il futuro.

Ieri ho partecipato alla presentazione della mozione Civati a Roma. Elly e i ragazzi di Occupy Pd, Tocci, con il suo elegante (e ottimista) racconto del fallimento della nostra generazione, una mozione forse troppo lunga ma perché davvero scritta a più mani e pensata da più teste. Si è parlato di valori, di giovani, di diritti, di una sinistra possibile, così diversa da quella che media ogni scelta con Angelino e attraverso lui con Silvio. Poi sono tornato a casa, ho acceso il televisore e ho beccato da Lilli Gruber una certa De Micheli contrapposta alla Santanché. Mi sono chiesto chi fosse e chi la mandi in televisione. Mi sono detto che deve piacere agli stessi che hanno perso le elezioni in febbraio, perché giovane e aggressiva come lo sono le varie Comi e Carfagna. Sarà. Ma ho avuto la sensazione che parlasse a deputati e senatori, amministratori e sindacalisti, rappresentanti dei commercianti e degli imprenditori, direi in tutto al 3 per cento dell’elettorato. Chiunque dei ragazzi di Civati farebbe meno male al Pd.

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