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Restituiamo speranza a una generazione. Lettera aperta a Enrico Letta

 

Egregio presidente Letta,
le scrivo mentre lei si trova dall’altra parte del mondo per tentare di promuovere e restituire lustro all’immagine di un Paese che, negli ultimi anni, ha rischiato seriamente di uscire dagli standard democratici ed economici propri del resto dell’Occidente. Le scrivo anche perché la crisi non è certo finita, al pari dei disagi, delle difficoltà, delle sofferenze e della disperazione che affliggono le categorie sociali più deboli. Le scrivo, infine, perché, pur provenendo da una tradizione culturale e politica diversa dalla sua e pur non essendo propriamente entusiasta di questo governo di larghe intese, credo che esso debba comunque andare avanti per il bene dell’Italia e, in particolare, delle categorie più deboli, di chi ha perso il lavoro, di chi percepisce un salario talmente basso da non riuscire a condurre quell’“esistenza libera e dignitosa” prevista dall’articolo 36 della Costituzione e soprattutto dei giovani, sì, proprio loro, la categoria di cui faccio parte insieme a milioni di coetanei, purtroppo disillusi e sempre più malinconici in una società che fatica a capirli.
Le scrivo, dunque, presidente Letta, per proporle una sfida: la sfida di un giovane che, oltre a credere ancora nella politica, crede ancora anche nei partiti e specificamente in quel PD di cui lei è stato per quattro anni vice-segretario.
La sfida consiste nel chiudere per qualche minuto gli occhi e dimenticarsi di tutto: dei falchi, delle pitonesse, dei continui diktat di Brunetta, delle sentenze di Berlusconi, di tutto, assolutamente di tutto, e nel guardare al domani. Nell’immaginare una società in cui, con buona pace dell’ex ministra Fornero, “anche i figli degli operai vogliano fare i dottori” e ci riescano; una società in cui nessun genitore si sorprenda più di veder giocare i propri bambini con compagni provenienti dai quattro angoli del globo; una società in cui quei bambini possano ricevere un’istruzione adeguata, che li educhi alla vita e insegni loro quei valori che per troppo tempo anche noi abbiamo colpevolmente accantonato; una società in cui quei bambini, fra vent’anni, ormai adulti, possano laurearsi e trovare lavoro in un’Italia che valorizzi il merito senza dimenticarsi dell’uguaglianza, senza discriminare i più deboli, senza lasciare indietro chi è più lento o proprio non ce la fa perché – come diceva don Milani – “non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali”.
Da ragazzo di ventitre anni, caro presidente Letta, sono rimasto senza parole la sera in cui, ospite a “Porta a Porta”, una madre del Sud le ha raccontato il dramma di sua figlia: bravissima a scuola ma senza la possibilità di iscriversi all’università a causa delle difficoltà economiche della famiglia. Pensi che quella sera ero al settimo cielo: proprio quel giorno, infatti, avevo superato il tremendo esame di Statistica e acquisito la certezza di potermi laureare, a novembre, in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali. Fino a quel momento ero felice, dopo non più perché mi bruciava dentro un senso di rabbia, di ingiustizia, quasi di vergogna, un dolore che mi induceva a domandarmi se fosse tollerabile che a una ragazza brava quanto me, o magari di più, questo Paese iniquo e disuguale stesse negando l’accesso al livello più elevato di istruzione e conoscenza. Perché, presidente Letta, perché? Come possiamo continuare a far politica, per giunta a sinistra, se non ritroviamo il gusto e la ferma volontà di strappare alla rassegnazione chi sente di non avere un domani o, quanto meno, non qui? Come possiamo andare avanti sereni e tranquilli se ci rendiamo conto che ragazzi come noi, con i nostri stessi sogni, le nostre ambizioni e le nostre stesse speranze sono condannati a perdersi, a emigrare o a rassegnarsi a una vita di sofferenze e sacrifici senza averne alcuna colpa?
Queste sono solo alcune delle domande che mi sono risuonate nella mente ascoltando il racconto di quella madre; ed è in quel momento che ho deciso di scriverle per chiederle di andare avanti, di tenere duro, di valorizzare al massimo le ministre Kyenge e Carrozza per costruire insieme una società meno iniqua, più tollerante, più moderna ma, soprattutto, più solidale, più aperta, in cui ciascuno sia disposto a farsi carico delle ansie, dei problemi e delle difficoltà del prossimo.
Questo, presidente Letta, è il motivo principale per cui ho scelto di sostenere con la massima convinzione il suo governo ai limiti dell’impossibile: non lo spread, non le richieste dell’Europa, non i moniti dei tecnocrati di Bruxelles. Ho scelto di sostenerla affinché quella ragazza possa recarsi all’università, laurearsi e contribuire, nel suo piccolo, a cambiare l’Italia. Ho scelto di sostenerla perché non sopporto più l’ingiustizia di vedere bambini italianissimi considerati stranieri a causa di leggi di stampo medievale. Ho scelto di sostenerla perché, da uomo di sinistra, non sono più disposto ad accettare nessuna forma di ingiustizia, avendone già conosciute troppe a dispetto della mia giovane età.
Presidente Letta, so benissimo che lei, al termine di questa devastante avventura, non riceverà alcun applauso, come so benissimo che qualche esponente del nostro partito, persino qualche candidato alla segreteria, non perderà occasione per attaccarla e schernirla; tuttavia, è proprio per questo che le chiedo col cuore di andare avanti, di non replicare, di combattere con coraggio una sfida assai più grande del ristretto orizzonte di chi non sa anteporre il bene della comunità alle proprie legittime aspirazioni personali.
Sarebbe opportuno, inoltre, far presente a questi istrioni che il diritto di applauso esiste anche nelle dittature mentre quello di critica esiste solo nelle democrazie e che, pertanto, con l’applauso facile e il consenso di una sera forse si può anche vincere qualche elezione ma poi non si governa né un grande partito come il PD né, meno che mai, una nazione complessa e in crisi come l’Italia.
Presidente Letta, non so, in conclusione, quanto durerà la sua esperienza a Palazzo Chigi ma una cosa è certa: lei non sta lì per ammucchiare pietre ma per costruire una cattedrale, per piantare il seme di un albero sotto il quale, probabilmente, non riuscirà a sedersi nemmeno la mia generazione. Tuttavia lo deve fare, costi quel che costi, perché la vera gratificazione per questo impegno le verrà fra tanti anni, quando saranno i suoi nipoti a dirle grazie per aver posto le basi del loro successo.

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