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La sfida della Rai 2.0: una multipiattaforma per la comunicazione tra cittadini, giornalisti e istituzioni

 

Una multipiattaforma cui i cittadini/utenti accedono fornendo anche propri contenuti (attraverso le web-tv, il city journalism, i forum di discussione); un immenso archivio/memoria collettiva disponibile per ricerche, informazione e produzione creativa; un terreno di sperimentazione di nuovi linguaggi e avanguardie artistiche audiovisuali; uno strumento di dialogo e interpretazione della realtà a doppio senso.

La Rai 2.0 dovrebbe essere tutto questo, uscire cioè definitivamente dall’anacronismo del modello di broadcasting per vincere la sfida dell’interattività multimediale, cogliendo le potenzialità delle nuove tecnologie sulla spinta di un emergente dinamismo sociale. Rai 2.0 come piattaforma abilitante del tessuto relazionale della comunicazione italiana, tra giornalisti, cittadini e rappresentanze istituzionali.

Dopo anni di battaglie per “il dovere di informare, il diritto ad essere informati” (sottotitolo anche dell’associazione Articolo 21) nell’epoca dei social network e della personal-tv dovremmo aggiungere a tutto questo il più ampio e universale diritto a comunicare, ovvero ad accedere non solo passivamente all’informazione, diventandone piuttosto artefici e protagonisti. E’ quanto un gruppo di noi si era proposto di fare sin dal 2005, dando vita al “welfare della comunicazione” e scrivendo un paragrafo del poderoso e sfortunato programma del II Governo Prodi, che definiva la comunicazione “bene comune”.

Mentre la rete diventa paradigmatica di nuove forme di partecipazione alla vita sociale e politica del Paese, e si registra dall’altra parte uno scollamento tra cittadini e istituzioni, ci chiediamo se abbia ancora senso, nell’epoca delle primavere arabe, di “senonoraquando” e dei movimenti apartitici nati in rete, che la Rai mantenga un’informazione politico-parlamentare tradizionale quando non paludata, come nelle tribune elettorali che mantengono la formula, gloriosa ma ormai rimasticata, degli esordi in bianco e nero del 1960.

Già nel 1998 l’istituzione di una rete radiofonica, “Gr Parlamento”, dedicata ai lavori parlamentari (prevista sin dalla legge Mammì, e divenuta testata autonoma nel 2006) ha rappresentato un passo in avanti, rendendo disponibile un intero palinsesto alle dirette non solo di Camera e Senato (Aule e Commissioni), ma di tutte le altre istituzioni di rilevanza costituzionale, nonché potenzialmente aperta al dibattito politico più ampio all’interno dei partiti, dei sindacati e di tutte le forze sociali. Ma l’uso che se ne è fatto è stato discontinuo ed è divenuto troppo “personalizzato” e univoco nel passaggio alla testata autonoma.
Oggi la redazione è in sofferenza, e i contenuti del canale ristretti attorno alla trasmissione delle sedute parlamentari, mentre completamente assente è il dibattito fuori “dai palazzi”, così come una partecipazione attiva dei cittadini. Nonostante il contratto di servizio già assegni alla Rai (ex art.18) attraverso le sue testate parlamentari, il compito di assicurare la formazione, la divulgazione e l’informazione sui temi del funzionamento delle istituzioni e della partecipazione alla vita politica, nel rispetto del pluralismo sociale, culturale e politico e utilizzando tutti i mezzi di comunicazione a sua disposizione, e in particolare, le potenzialità della tecnologia digitale.

Nel rinnovare il contratto di servizio, e fra tre anni la concessione di servizio pubblico, non deve sfuggire questa grande chance che ha la Rai di essere vero strumento di servizio pubblico, di rispondere a chi chiede di restituire “la Rai ai cittadini”. Ancor più in un momento di grave crisi istituzionale e della politica, in cui una informazione corretta e plurale può rendere i cittadini agenti consapevoli dei processi democratici.

Gr Parlamento e Rai Parlamento, le testate parlamentari radiofonica e televisiva del servizio pubblico, si stanno avviando a un processo di accorpamento: quale migliore occasione di creare un’unica testata tematica multipiattaforma, che unisca radio, televisione (sul canale digitale terrestre in dote alla rete radiofonica, mai utilizzato) e web, luogo di scambio e interazione fra i cittadini e la politica, permeabile ad interventi e contributi esterni, moderna agorà telematica?

All’estero simili piattaforme, gestite privatamente, offrono ai cittadini la possibilità di interloquire con i parlamentari, di porre loro domande o questioni, e di giudicarli sulla base delle loro risposte e del loro operato (opportunamente documentato dai giornalisti che scrivono sul sito). E’ un servizio di transparency che il Parlamento non può offrire direttamente, in quanto la sua comunicazione deve rimanere formale e unidirezionale; ma che può delegare alla concessionaria del servizio pubblico, rispondendo alla domanda sempre più sentita nella società civile di controllo del potere politico e verifica della delega data.

Un’ultima considerazione, legata alla necessità, per la Rai, di fare informazione politico-parlamentare: un servizio pubblico che, in considerazione della ancor più necessaria condizione di imparzialità e rispetto del pluralismo, non può essere derubricato ai privati. Sin dal primo giorno dell’Assemblea Costituente, il 25 giugno del 1946, la radio pubblica seguì con Jader Jacobelli, futuro “padre” delle Tribune, tutte le sedute per la rubrica ‘Oggi a Montecitorio’, che poi si trasformò in ‘Oggi al Parlamento’. Proprio Jacobelli aveva creato la definizione di ‘mediatore di secondo grado’, che spiegava dicendo: ”significa non veicolare le nostre personali interpretazioni dei fatti o la sola interpretazione di una parte, ma veicolare tutte le più significative interpretazioni che dei fatti danno partiti, gruppi, sindacati”. Con mezzi e tecnologie nuovi, con energie rinnovate dalle istanze sociali emergenti, è a quella formula antica che deve ispirarsi oggi il servizio pubblico se vuole fare l’informazione politico-parlamentare 2.0.

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