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Il divorzio dalla cultura e i mali della sinistra

 

Tralasciamo per un istante l’incresciosa vicenda che vede coinvolto Alfano e analizziamo quanto sta accadendo al governo delle larghe intese, nell’ottica del Partito Democratico. Quando Berlusconi e i fedelissimi al seguito asseriscono che questo governo è una creatura del PDL, infatti, hanno perfettamente ragione: il PD, centouno a parte, questo esecutivo non solo non lo voleva ma fatica ogni giorno di più a giustificarne le scelte, o per meglio dire i rinvii, di fronte al proprio elettorato.

Perché è arrivato il momento di parlare chiaro e dire la verità, senza abbandonarci sempre a inutili forme di ipocrisia. L’elettorato pidiellino, per quanto rispettabile, è assai meno idealista rispetto al nostro, meno attaccato a valori e precise tradizioni storiche, più abituato a stare al governo dalla parte dei potenti che all’opposizione dalla parte degli ultimi e, dunque, pur provando un sottile disagio nel fatto di dover convivere in maggioranza con i propri avversari storici, ha impiegato pochi giorni a smaltire la delusione ed accettare la natura complessa del governo Letta.

Il nostro elettorato, invece, per mobilitarsi, ha bisogno di forti passioni e fortissime spinte ideali, di un partito combattivo, di un avversario dai contorni ben definiti e di un progetto di cambiamento e di progresso che solo un esecutivo “puro”, ossia senza alleati scomodi e ingombranti, è in grado di portare avanti. In caso contrario, preferisce stare all’opposizione, dare battaglia sui singoli temi e preservare la propria nobiltà d’animo.

Già, la nobiltà d’animo: utilizzo quest’espressione, all’apparenza antiquata, per rispondere a tono a quanti mettono in dubbio la cosiddetta “superiorità morale e culturale della sinistra”. Questo princìpio straordinario, oggi deriso e messo continuamente in discussione da chi, con ogni probabilità, non sa neanche di cosa si stia parlando, affonda le proprie radici in quel processo di “egemonia culturale” teorizzato da Gramsci, basato sulla tenace affermazione delle proprie idee e della propria visione del mondo all’interno della società.

Se ci pensate, nascono proprio da qui gli innumerevoli mali del PD e della sinistra italiana: dal divorzio dalla cultura, dall’allontanamento degli intellettuali, dal cedimento a forme di spettacolo di basso livello che, oltre a non renderci affatto più simpatici e accattivanti agli occhi dell’elettorato, rischiano oggi di condurci al disastro definitivo, con il rischio sempre alle porte di una scissione dalle conseguenze quanto mai traumatiche per il Paese.

E non si tratta di un processo evolutivo o, come si tende a dire attualmente, di una “modernizzazione” perché in questo disastro di moderno e progressista non c’è proprio nulla; si tratta, al contrario, di una forma di regressione, di un cedimento culturale e ideologico all’unica ideologia da trent’anni imperante: il liberismo di matrice reaganian-thatcheriana che ha sfibrato l’intera società occidentale e ribaltato drasticamente la nostra scala di valori, ponendo al centro il profitto e una falsa idea di benessere e relegando la promozione sociale degli esseri umani, e in particolare dei ceti più deboli, in una posizione secondaria quando non inesistente.

È qui che abbiamo fallito, in Italia come nel resto d’Europa: nel non contrastare adeguatamente questa deriva e, in alcuni casi, nell’accettarla al punto di farla nostra, con capolavori di autolesionismo come la sinistra liberista di Blair e Schröder, i cui paesi sono, non a caso, governati da anni da esecutivi di destra.

Ed è avvenuto anche in Italia, sia pur in misura minore, con una sinistra talmente timida da risultare agli occhi dei propri elettori quasi collusa con Berlusconi, pur non essendolo di fatto, pur impegnandosi in Parlamento per contrastarne la deleteria attività legislativa, ma il tutto con una tale prudenza da essere accusati di pavidità, complicità, mancanza di spina dorsale.

Un esempio emblematico di ciò che abbiamo appena affermato è la recente elezione del Capo dello Stato: Marini non andava bene “perché è vecchio, non è stato rieletto e poi la politica deve affrancarsi dall’abbraccio mortale con i sindacati”; Rodotà meno che mai “perché con i diritti e i beni comuni non si mangia e poi esprime una visione politica ideologica e relegata nel Novecento”; Prodi era inviso ai fautori delle larghe intese a vita, a quelli che “in fondo non era mica poi così male questa Thatcher” e a tutti coloro cui, sotto sotto, la conservazione dell’esistente va benissimo perché consente loro di non perdere privilegi e rendite di posizione ormai acquisite.

Dei tre, la vergogna più inaccettabile è stato proprio il boicottaggio del professor Rodotà, per giunta strumentalizzato dai centouno per far saltare contemporaneamente due personalità della sinistra, Prodi e Bersani, che hanno sempre denunciato a gran voce l’anomalia berlusconiana e le sue conseguenze sulla vita degli italiani.

È grave perché la mancata elezione di Rodotà, al pari di quella di Prodi, oltre ad aver spalancato le porte al governissimo voluto da Berlusconi, ha sancito la vittoria del mercato senza regole e una sconfitta pesantissima, forse definitiva, per la politica, almeno in Italia; senza dimenticare lo schiaffo inferto ai ventisette milioni di cittadini che nel 2011 si erano recati a votare ai referendum sull’acqua pubblica promossi, tra gli altri, proprio da Rodotà; per non parlare poi degli operai delle fabbriche che in quest’anziano e mite professore avevano individuato un simbolo di lotta ferma e tenace per la riaffermazione dei diritti, dei princìpi costituzionali e, soprattutto, della dignità del lavoro.

Per questo, oggi siamo ridotti così, a sostenere un governo che, pur essendo guidato da un galantuomo come Letta, non può far altro che rimandare qualunque decisione essendo privo della benché minima base ideologica. Per questo, lo scorso 24 e 25 febbraio la gente si è recata alle urne con il netto proposito di spazzarci via tutti. Per questo, oggi il progetto politico del PD, senz’altro il più interessante degli ultimi vent’anni, rischia tragicamente di naufragare: non perché siamo uguali o complementari a Berlusconi, come sostengono i critici in malafede, animati dai loro solidi pregiudizi, bensì perché non siamo considerati sufficientemente diversi, alternativi, limpidi.

È in questo preciso istante che la sinistra perde tutto, persino la sua stessa ragion d’essere: quando il coraggio viene sostituito dal conformismo, quando si inizia ad accettare ciò che non deve essere accettato per nessun motivo al mondo, quando si inizia a cedere dal punto di vista etico, quando si derubricano toni e comportamenti intollerabili a fatti di folklore ed espressioni “da comizio”, quando si tace anziché a gridare, quando gli ultimi si sentono privi di rappresentanza, quando l’eccezionalità di un momento storico drammatico si trasforma in quella che lo stesso Rodotà ha definito “normalità deviata”, ossia passiva sopportazione di ogni forma di sopruso, di vessazione e di insulto a valori che per noi non sono e non devono essere negoziabili.

In quel momento, si divorzia automaticamente dalla cultura e dagli intellettuali e si perde, finendo col non rappresentare più né le élite né chi avrebbe bisogno di un sostegno netto e autorevole per rilanciare le proprie speranze travolte dalla crisi. Non è più né sinistra né destra e non è nemmeno centro: è semplicemente il nulla, un nulla che grida dall’abisso di una sconfitta profonda e devastante proprio perché, prima ancora che politica, è identitaria e morale, investendo da vicino la nostra dignità e le ragioni che ci hanno spinto da ragazzi ad abbracciare l’idea di non cedere mai, neanche per un istante, al disincanto e alla rassegnazione.

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