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Beni confiscati a Rimini

 

Salvo Ognibene – DIECI e VENTICINQUE

A Rimini la mafia non c’è. Ci sono le mafie. Tante. Troppe. Qualcuno ancora non lo sa, altri lo negano, altri ancora non vogliono saperlo. Poi c’è chi, come il Gruppo Antimafia Pio La Torre, lo sa benissimo. Lo sanno bene quei ragazzi e lo denunciano. Hanno raccontato le operazioni delle forze di polizia, gli arresti, i processi. Uno di loro, Patrick Wild, ha addirittura elaborato una tesi di laurea (295 pag eh…)  sulle presenza delle mafie nella riviera romagnola. Le mafie a Rimini ci sono. Le mafie a Rimini ci sono e fanno affari, riciclano, sparano ma si concentrano anche sul gioco d’azzardo, le estorsioni e lo spaccio di droga anche se il contesto riminese differisce dalle altre città dell’Emilia-Romagna dove è più radicata la criminalità organizzata.

Nei giorni scorsi il GAP ha pubblicato un dossier, a cui ho dato un mio piccolo contributo, sui beni confiscati alle organizzazioni criminali di stampo mafioso a Rimini e non solo. Quella che Pippo Fava definiva la più grande lavanderia d’Italia conta ben 112 beni confiscati tra immobili e aziende. Certo, poca roba rispetto alla Sicilia o alla Lombardia se vogliamo guardare tra le regioni del nord ma sono numeri alti e preoccupanti. Del resto l’Emilia-Romagna è da sempre terra di mafie.  Lo sa bene Giovanni Tizian, giornalista, che da anni racconta e denuncia il territorio ed il radicamento delle mafie in regione e per questo è costretto a vivere sotto scorta. Tizian ha contributo con degli approfondimenti alla realizzazione del dossier, e con lui anche Federico Alagna e Edoardo Targa hanno impreziosito il lavoro del gruppo Antimafia Pio La Torre.

Il lavoro del Gruppo Antimafia Pio La Torre è il più importante fatto finora sull’argomento nel riminese. Lavoro fatto di sane passione civile, ricerca e informazione. Un lavoro “dedicato” alle istituzioni ma anche ai cittadini che vogliano informarsi e prendere coscienza che le mafie possono essere sconfitte soltanto “se ognuno di noi fa qualcosa”. Hanno denunciato l’annosa questione della gestione dei beni, hanno tracciato un profilo dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati e si sono occupati della penetrazione delle mafie allogene per chiudere con un esempio di “buona pratica” in termini di riutilizzo sui beni confiscati: l’avventura della Cooperativa Lavoro e Non Solo di Corleone. Un prezioso lavoro, da leggere e diffondere, perché oltre all’insegnamento di Pio La Torre sull’aggressione dei patrimoni mafiosi la cultura e la conoscenza sono le armi più potenti per contrastare e sconfiggere le mafie e le loro zone grigie.

Il dossier completo è possibile scaricarlo da qui

da isiciliani.it

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