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Nigeria: business as usual

 

Tra il governo di Abuja e Boko Haram è guerra, ma restano dubbi sull’efficacia dell’intervento e il comportamento dei militari.

di Davi Maggiore

Di amnistia non si parla quasi più. Una guerra: è quella che attraversa la Nigeria, se non ufficialmente, almeno di fatto. Con diverse sfumature, questo riconoscimento arriva dai vescovi cattolici, ma anche da funzionari delle Nazioni Unite, a pochi giorni dalla decisione del presidente nigeriano Goodluck Jonathan di dichiarare lo stato d’emergenza in tre Stati del Nord del Paese, Borno, Yobe e Adamawa.

“Un semplice scontro tra forze di sicurezza e membri della setta islamica nota come Boko Haram è sfociato in quella che nel modo più ottimistico può essere definita una guerra a bassa intensità”, si legge in un documento dei vescovi, diffuso al termine di un incontro di preghiera ad Abuja. Della possibilità che ai militanti della setta e di altri gruppi affini siano contestati “crimini contro l’umanità” ha invece parlato il portavoce dell’Alto Commissario dell’Onu per i Diritti Umani (OHCHR). Tali sono considerati, ha ricordato Rupert Colville, gli “attacchi diffusi e sistematici contro una popolazione civile” compresi quelle che avvengono “su base etnica o religiosa”.

Se il comunicato dell’Onu in cui si riportano le parole di Colville si riferisce alternativamente a ‘crimini di guerra’ e ‘crimini contro l’umanità’, il presidente Jonathan è stato meno incerto nelle sue definizioni. Le azioni di Boko Haram sono “una dichiarazione di guerra”, ha detto la scorsa settimana, al momento di ordinare quella che può essere considerata una vera e propria escalation militare: alle truppe già presenti nei territori interessati si sono aggiunti altri duemila soldati, con l’appoggio anche dell’aviazione e di elicotteri da combattimento.

Le forze armate hanno già diffuso i primi dati sulle operazioni: oltre 200 militanti islamisti sono stati catturati, molte delle loro basi sono state bombardate e – in alcuni casi – occupate dall’esercito. A Maiduguri, considerata la ‘capitale’ della setta, vige un coprifuoco che, per alcuni giorni, è stato anche di 24 ore. Il governo di Abuja ha anche chiesto a quello del vicino Niger un supporto militare nella lotta ai militanti considerati parte di una più ampia rete regionale. Boko Haram, che riceverebbe armi attraverso la frontiera, già negli scorsi mesi aveva in effetti mostrato di essere in collegamento con i gruppi jihadisti attivi nel Mali settentrionale.

Un approccio ‘muscolare’ alla questione delle regioni settentrionali non è però privo di rischi. Lo stesso OHCHR aveva chiesto nelle scorse settimane al governo nigeriano di assicurarsi che le operazioni di sicurezza fossero condotte “nel totale rispetto dei diritti umani”. Una censura, nel linguaggio sfumato dell’Onu, che arrivava dopo la notizia della morte di circa 200 persone, in massima parte civili, rimaste uccise a Baga – proprio nel nordest del Paese – durante un’azione delle forze armate. L’operazione era iniziata per neutralizzare i miliziani di Boko Haram che secondo le autorità erano infiltrati tra la popolazione.

Il rischio di abusi – sottolineato anche dal segretario di Stato americano, John Kerry – è stato minimizzato da Doyin Okupe, uno dei consiglieri del presidente Jonathan. “Molte delle cose – ha spiegato a ‘Voice of America’ – che sono state evidenziate in passato avevano lo scopo diretto di infangare l’immagine dei militari”. “Ci sono interessi locali – ha continuato Okupe – all’interno di quelle aree, che simpatizzano per Boko Haram ma che sono anche molto influenti”. Denunce non nuove, e già arrivate da più parti, ma il consigliere presidenziale è andato oltre: a suo parere i potentati a cui fa riferimento “hanno fatto queste operazioni di propaganda per eliminare l’esercito da quel fronte e permettere a Boko Haram di prosperare”.

Un invito ad andare oltre la risposta militare è arrivato dai vescovi cattolici dopo la proclamazione dello stato d’emergenza. Appresa la decisione, il presidente della conferenza episcopale, mons. Ignatius Kaigama si era detto scettico sull’efficacia della misura. Il documento di Abuja (intitolato “Salvare la Nigeria dal crollo”) pur esprimendo la speranza che le misure straordinarie volute dal governo “raggiungano gli obiettivi auspicati” sottolinea inoltre la necessità che a confrontarsi con le azioni criminali sia un sistema della giustizia rinnovato. Altro invito pressante rivolto alle autorità è quello di continuare “a valutare gli strumenti di dialogo più efficaci per riportare il Paese alla normalità”. Il quadro che viene tracciato guarda anche all’insieme della Nigeria. L’emergenza nel nordest, considerata insieme ad altre crisi “come il banditismo, i rapimenti, gli scontri tra comunità” fa sì che l’intero Paese “vacilli sull’orlo” del baratro. Una situazione di cui molti portano la responsabilità: “È chiaro – denuncia senza mezzi termini la conferenza episcopale – che il nostro Paese sta vivendo gli effetti cumulati e l’impatto corrosivo della corruzione; se i nostri leader politici non troveranno il coraggio di utilizzare le istituzioni dello Stato per combatterla, questo mostro divorerà la nazione intera”. I vescovi sono tornati inoltre sull’argomento dell’amnistia nei confronti di esponenti di Boko Haram, che il governo si era detto pronto a considerare se questi avessero deposto le armi. La proposta aveva incontrato il favore di autorevoli figure cattoliche oltre che della massima autorità islamica locale, il sultano di Sokoto, ma in altri ambienti del Nord non era stata accolta positivamente. Una vera amnistia – hanno ricordato dunque i vescovi – dovrebbe significare perdonare i militanti pentiti e non placare i criminali e i loro sostenitori perché stiano tranquilli”. La proposta, insomma, è ancora formalmente sul tavolo, anche se in questo momento sembra difficile che possa sovrastare i venti di guerra.

Da ilmondodiannibale.it

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