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Bangladesh, se il costo del lavoro vale quanto la morte

 

Ci voleva “il miracolo”, quello di ritrovare ancora viva una giovane sarta, dopo 17 giorni dal crollo della fabbrica della morte di Savar (Dacca-Bangladesh), dove hanno perso la vita finora almeno 1038 lavoranti per i grandi marchi dell’abbigliamento mondiale (un salario medio di circa 30 euro al mese), perché i media riprendessero ad illuminare la più grande tragedia sul lavoro mai avvenuta. Un disastro, un monumento allo sfruttamento globalizzato, quel palazzone di nove piani, il Rana Plaza, con i suoi quasi 2.500 sopravvissuti, di cui oltre un migliaio feriti, mutilati e invalidi per tutta la vita: non potranno più lavorare né avranno sussidi statali. Una “tragedia annunciata” dall’incendio di un’altra fabbrica di confezioni (il 24 novembre 2012 a Dacca), dove si lavorava per conto dell’olandese C&A, che ha fatto 112 morti (alle loro famiglie la società europea si è impegnata a versare 1.200 dollari ciascuna). E poi un’altra “tragica fatalità” il 9 maggio, sempre a Dacca: l’incendio di una fabbrica della Tung Hai Sweater, dove sono stati ritrovati al momento i corpi bruciati di 8 dipendenti.

 24 Aprile del 2013

Probabilmente questa data dovrebbe essere ricordata come una giornata della memoria per onorare tutti i caduti sul lavoro nel mondo. Non basta, infatti, festeggiare il Primo Maggio o l’8 Marzo per mettere l’accento anche sulle difficoltà del  mondo del lavoro, sulla disoccupazione, i bassi salari, le carenti garanzie sindacali; occorre anche focalizzare l’attenzione di tutti su quanto costa realmente il lavoro. E non è solo una formula econometrica: abbassare il costo del lavoro per produrre di più, esportare sempre di più, realizzare maggiori profitti, investire in regimi fiscali vantaggiosi, ridurre il welfare e di conseguenza ricattare i lavoratori di un paese con lo spauracchio di trasferire, delocalizzare, le proprie fabbriche da un’altra parte dell’emisfero, dove la manodopera, le “risorse umane”, costano ancora di meno e producono di più.
Nel sistema neocapitalistico non ancora uscito dalla più grande crisi economica e finanziaria della storia, il costo del lavoro vale come ai tempi del “protocapitalismo”, e si avvicina al livello minimo dell’esistenza, quando non addirittura alla morte. Certo dall’Ottocento ad oggi, molta strada è stata fatta verso condizioni più umane e migliori tutele e remunerazioni. Ma la globalizzazione senza regole, la finanziarizzazione anche delle imprese industriali ha riportato le lancette dell’orologio indietro nella storia.
Si muore per andare al lavoro, per tornare a casa dal lavoro, per mancanza e perdita di lavoro. Ma si muore comunque e soprattutto “per” il lavoro: che siano incidenti del ciclo produttivo o per effetti conseguenti all’inquinamento dentro e fuori gli stabilimenti.
Certo, si muore di più nei cosiddetti paesi emergenti, come i  BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), e soprattutto in quelli in via di sviluppo o “depressi”, come appunto Bangladesh, Pakistan, Malesia, Cambogia. Ma anche l’Italia fa la sua “figura” con oltre 3 morti al giorno di media l’anno, la peggiore in Europa, dove la media è invece un terzo che nel nostro paese.

La triangolazione

I grandi gruppi dell’abbigliamento mondiale usano sia il metodo dell’appalto e del subappalto, ma anche la “triangolazione”. Quest’ultimo sistema risulta frequente anche in Italia, specie tra i marchi che storicamente sono nati ed hanno il loro Quartier Generale nel Veneto. Aziende che svariano dall’abbigliamento completo, all’intimo, alla maglieria, alle scarpe, alle t-shirt e alla camiceria.

Funziona così: con la consulenza di designer e stilisti esterni si progettano le linee delle stagioni future; quindi, si scelgono tessuti e colori; poi, una volta fatti i preventivi di spesa,  ipotizzati i realizzi e garantite contrattualmente le maggiori catene internazionali di distribuzione e vendite al dettaglio, si passa il tutto ad una società esterna, spesso con base a Londra (una sorta di finanziaria anonima con capitali libanesi, israeliani, sauditi). Questa società finanziaria, esperta anche di location e di reperimento di forza lavoro a buon mercato, sceglie come fosse il committente principale le fabbriche localizzate nei paesi terzi .Qui inizia la produzione dei nuovi capi di abbigliamento, sotto la stretta osservazione tecnico-stilistica dei designer e degli esperti dei tessuti. Il livello di qualità dipende dalle materie prime, che spesso si trovano negli stessi paesi di produzione e provengono da società controllate dai sub-comittenti. Una stessa t-shirt può costare dai 2 ai 5 euro, ma verrà rivenduta al dettaglio al prezzo che può variare dai 20 agli 80 euro. La differenza sta nelle etichette che verranno messe e da alcuni dettagli che ne differenziano lo stile. Ma il ricarico è enorme. Così hanno fatto la loro fortuna grandi marche che oggi vendono a prezzi “stracciati” e che hanno prodotto utili da capogiro, tanto che nell’ultima classifica dei più ricchi al mondo, stilata dall’americana Forbes, ai primi 20 posti si trovano alcuni tra i proprietari delle più famose catene di abbigliamento a prezzi popolari.

Commercio Etico e/o Boicottaggio

Queste grandi società multinazionali, comunque, possono sempre ritenersi estranee ai sistemi schiavistici di lavoro, alle condizioni sub-umane, alle responsabilità assicurative e sanitarie praticati dalle fabbriche, come quella di nove piani sprofondata a Savar-Dacca. Certo il loro coinvolgimento, come è accaduto per l’italiana Benetton, la svedese H&M, le spagnole Mango e El Corte Inglès, l’americana Wal-Mart, l’irlandese Primark, l’inglese Bon Marchè, la canadese Joe Fresh/Loblaw, l’olandese C&A, è tutto da dimostrare, è “evanescente”, finanziariamente inesistente. Con le triangolazioni non è possibile accusarle direttamente e poi molte di loro sono le stesse che hanno firmato un Codice di Iniziativa Etica Commerciale (ETI), che le obbligherebbe “ad una condotta controllata per assicurare che i loro prodotti siano fabbricati in condizioni responsabili ed etiche, sia sul fronte dell’ambiente sia per le condizioni di lavoro e di salario” (tra gli associati: C&A, River Island, Stella McCartney, Inditex (Zara), Gap, Marks & Spencer, Tesco, Sainsbury’s, ecc…). Secondo stime pubblicate dal quotidiano francese Le Figaro: “A fine Febbraio 2013, il mercato mondiale degli investimenti “responsabili” aveva prodotto un giro di affari sui 13.600 miliardi di dollari (più di 10. mila miliardi di euro), con il 21,8% degli utili di gestione, secondola GSIA, l’Alleanza mondiale degli investitori responsabili”.

Il “Codice” etico è stato siglato insieme a molte ONG e organizzazioni sindacali, anche per rispondere alle continue campagne di associazioni consumeristiche di “boicottare” quelle società che, pur godendo di buona stampa ed essendo anche “big spender”, grandi inserzionisti pubblicitari, continuano a delocalizzare in paesi dove le condizioni di sfruttamento sono ancora più o meno assimilabili al periodo antecedente la dichiarazione contro la schiavitù, emanata in Francia il 10 maggio del 1848. Qualcosa è forse cambiata dal lontano 1790, quando le prime fabbriche tessili inglesi segnarono l’inizio del capitalismo industriale, impiegando manodopera con sistemi schiavistici?

Chi ricorda il caso della Apple, che dovette far cambiare sistema produttivo e retributivo  nella fabbrica in Cina dove si costruivano gli iPod e  avvenivano continui suicidi tra i dipendenti, dovuti alle estreme condizioni lavorative?
Sarà un caso, ma i media mondiali cercano, tranne alcune autorevoli eccezioni, di mettere in secondo piano, di sopire, il fenomeno delle morti sul lavoro, proprio perché c’è una stretta connessione tra le società che delocalizzano e gli investimenti pubblicitari.

Verso una globalizzazione etica del lavoro

Certo, le responsabilità maggiori ricadono sul sistema produttivo globalizzato, neocapitalistico, e sui metodi finanziari e fiscali utilizzati dalle più grandi società (non solo nel settore dell’abbigliamento in verità), scappatoie che generano alti profitti e che abbassano il costo del lavoro fino al livello estremo della morte.

In Bangladesh, uno dei più poveri paesi del mondo, l’industria tessile rappresenta l’80% delle esportazioni e nel 2012 hagenerato entrate per 29 miliardi di dollari. Vi sono 4.500 fabbriche tessili che impiegano il 40% della forza lavoro nazionale; la maggior parte sono ritenute oggi dalle stesse autorità statali inadeguate e carenti dal punto di vista della sicurezza del lavoro (molte quelle che potrebbero crollare o incendiarsi). Dopo la tragedia di Savar-Dacca, sono state chiuse 18 fabbriche, anche in relazione alle dure manifestazioni di centinaia di migliaia di lavoratori scesi in piazza e le ferme proteste dei sindacati. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha lanciato un appello alle autorità del Bangladesh affinché si diano da fare per creare “luoghi di lavoro sicuri”; mentre un Gruppo di esperti dell’ONU ha esortato le grandi marche internazionali dell’abbigliamento a non andar via dal Bangladesh, ma ad adoperarsi per migliorare le condizioni di lavoro.

Sagge e condivisibili parole, certo, ma queste esortazioni quanto cambieranno realmente il sistema di sfruttamento, se non si realizzano legislazioni internazionali in ambito ONU, OCSE, WTO, Unione Europea, che colpiscano anche le terziarizzazioni e le scappatoie fiscali, impegnando gli scambi commerciali al rispetto di canoni etici ed umani nella produzione dei beni industriali?

Più che il boicottaggio delle firme o l’abbandono dei paesi terzi, con altre prevedibili delocalizzazioni in paesi ancora più permissivi, poveri e dittatoriali, occorre esportare democrazia, cultura, solidarietà e trasparenza nei sistemi produttivi e in quelli finanziari, anche riformando le stesse organizzazioni internazionali che dovrebbero sovrintendere al controllo e allo sviluppo economico e sociale. A partire dalla World Bank, che per Obama dovrebbe, con la nuova presidenza del medico di origine coreana, Jim Yong Kim, avere un comportamento diverso dal passato, più etico, occupandosi anche di qualità della vita e maggiore attenzione a ciò che crea benessere nei paesi più poveri, attraverso anche finanziamenti di progetti innovativi, ecosostenibili per lo sviluppo.

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