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Libertà di stampa e questione morale determinano la civiltà di un paese

 

Che il nostro sia un Paese, quantomeno, diverso dalle altre Democrazie, è dimostrato, fra le tante “peculiarità”, dal livello, oserei dire, di intolleranza che la classe politica mostra nei confronti della libera stampa. Il fatto che le domande poste da Ossigeno per l’Informazione non abbiano trovato risposta alcuna da parte dei candidati alle prossime elezioni politiche è il sintomo del più completo disinteresse nei confronti della libera stampa. Si potrebbero fare molte valutazioni, in merito. Per esempio, si potrebbe dire che in quasi tutti i paesi più civili e democratici le principali televisioni, durante la campagna elettorale, organizzano più di un confronto fra i candidati ed il solo rifiuto, da parte di questi, ne segnerebbe la fine della carriera. E si potrebbe, ancora, dire che quei confronti sono assolutamente decisivi: non ci sono domande preparate, e soprattutto le stesse sono precise e puntuali al fine di evitare ogni divagazione. Poi, si potrebbe, ancora, sostenere che la puntualità delle domande mai, neanche nei quartieri generali delle campagne elettorali, viene vista come tentativo di delegittimazione del leader di turno: il pubblico ha diritto di conoscere ogni particolare del programma ed il giornalista ha il diritto (ed il dovere) di porre tutte le domande, anche quelle più imbarazzanti, che ritiene necessarie. Mi chiedo: se i nostri leader, o molti di loro, si trovassero alle prese con questo tipo di stampa cosa direbbero? Ed invece, li troviamo in imbarazzo anche per le domande più scontate, sino a giungere a minacciare querele e citazioni in giudizio per quei giornali che “osano” raccontare il malaffare e le collusioni del malaffare con la politica. O anche li troviamo intenti a sottrarsi, scientificamente, ad ogni genere di confronto, preferendo il comizio (anche televisivo). Non sorprende, pertanto, il silenzio nei confronti delle domande poste da Ossigeno per l’Informazione. Domande di una certa rilevanza per un Paese civile: le statistiche che raccontano di una stampa libera agli ultimi posti nelle classifiche, la questione del conflitto di interessi, le continue minacce di azioni giudiziarie nei confronti di quei giornalisti che raccontano il malaffare ed i suoi intrecci con il potere, la riforma della legge sulla diffamazione a mezzo stampa. Non sorprende nulla d tutto ciò, dunque. Non sorprende, ahimè, neanche il modo, perverso, con cui gran parte della classe politica affronta il nodo della questione Politica – Giustizia. Anche questo, un unicum nelle democrazie occidentali. La questioni delle liste pulite è parsa, quasi, una concessione ad una stampa eccessivamente severa nei giudizi più che una reale presa in considerazione delle condizioni di un Paese in cui la vicenda della corruzione pare senza fine. Tutti, o quasi, si appellano alla nostra Costituzione, che prevederebbe la presunzione di innocenza. Sul punto, ritengo sia opportuno un chiarimento. La nostra Costituzione, invero, prevede il principio di non colpevolezza, ma mi rendo conto che ciò possa apparire questione da legulei, anche se in realtà non lo è. Detto ciò, spesso, si nasconde che la nostra Costituzione, all’articolo 54, prevede che  “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”. Questo articolo, invero, racchiude in sé l’essenza stessa di una Democrazia liberale e di uno Stato di diritto. Coloro che sono chiamati ad amministrare la Cosa Pubblica ed a rappresentare i cittadini hanno un dovere, un obbligo, che non è richiesto agli altri cittadini: è un quid pluris di responsabilità. Basterebbe l’enunciazione di questo articolo per rispondere a quanti strombazzano del presunto circuito politico-giudiziario-mediatico. Basterebbe questo articolo per consentire ai probiviri dei vari partiti di sospendere e non candidare determinati soggetti, a prescindere dall’esito delle inchieste: d’altronde se fossero determinanti i reati, i soli reati, non avrebbero ragione alcuna di esistere i probiviri, i quali sarebbero dei meri burocrati, esecutori e ratificatori di decisioni altrui. Poi, basterebbe un’altra semplice considerazione: nelle aule di tribunale si verificano i fatti-reati. Può ben accadere che un fatto non integri una fattispecie delittuosa ma sia comunque  inopportuno. Un esempio: negli ultimi anni la giurisprudenza della Cassazione ha determinato un onere probatorio assai elevato per dimostrare l’esistenza di un reato associativo, tanto più nelle forme del concorso esterno, ma ciò, come ovvio, non può significare che un politico che incontri più boss mafiosi sia candidabile sol perché non esistano gli elementi necessari a condannarlo penalmente. È infatti ovvio che per condannare una persona sia necessario un onere probatorio elevato, ma non è ovvio che serva sempre lo stesso onere probatorio per determinarne l’incandidabilità! In definitiva, il garantismo attiene i provvedimenti giurisdizionali, non le decisioni politiche che attengono all’opportunità.  Ritengo che le questioni afferenti la libera stampa e la questione morale siano questioni che determinano la civiltà di un paese. Quando tutta la classe politica inizierà, con serietà, a confrontarsi su questi temi, sarà un giorno importante. Forse il primo di una nuova era repubblicana.

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