Monti e il rifiuto dei partiti

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Siamo ormai vicini al previsto scioglimento della Camera ed incominciano ad emergere persino le prime candidature,
almeno quelle di partito. Altra e più difficile  impresa  sarà trovare candidati vincenti e irreprensibili   nella società civile, di fronte a tante ottime   persone che fanno un lavoro più o meno assorbente ed hanno  difficoltà a lasciarlo, durante una grave crisi  economica e morale di cui non vediamo ancora la fine.
La cosa più importante, peraltro, prima ancora  delle candidature e della loro qualità culturale, è intenderci sul quadro generale che ora  incomincia a delinearsi di fronte alla imminente campagna elettorale.
E’ in campo  Berlusconi, un leader ormai finito che -dobbiamo ricordarlo- ha dominato quasi un ventennio nella politica italiana, quel periodo che  sul piano storico definirei  l’età populista della repubblica ma  ora resta solo alla ricerca, disperata e improduttiva, di alleati validi  da arruolare. L’uomo di Arcore è costretto a sostenere un vecchio fascista di complemento come Storace in una regione come il Lazio nella quale il centro-sinistra ha un candidato -l’attuale presidente della provincia di Roma, Zingaretti- che ha forti probabilità di vincere al primo turno.

A sinistra c’è un uomo come Pier Luigi Bersani che ha condotto il Partito Democratico a un indubbio, anche se ancora parziale,  rinnovamento, favorito dal duello con Renzi ma anche dall’apertura complessiva del segretario che ha usato le primarie come strumento decisivo della sua strategia per cambiare la squadra e  portarla a una vittoria politica ed elettorale. A Bersani, come ai democratici, chiediamo ora di precisare meglio  la piattaforma programmatica e di affidarla a donne e uomini che abbiano l’onestà e la competenza di realizzarla in tempi non troppo lunghi.
Barsani sa peraltro che non potrà far tutto da solo e che il partito democratico ha bisogno di alleanze nell’area di centro, a cominciare da quel centro democratico di Donadi, Tabacci e Formisano che ha detto con chiarezza di voler lavorare con lui.

In maniera diversa si porrà  il problema dei rapporti con il presidente del Consiglio Monti che, all’ultimo momento, contrariamente a quello che aveva detto per un anno intero, ha scelto di candidarsi e di formare un insieme di liste alla Camera (e una sola , per ragioni di sistema elettorale al Senato) per realizzare la sua agenda programmatica, precisa con un documento successivo uscito ieri.
Ci sono, a questo proposito, due osservazioni da formulare.
La prima, cui ho accennato già  in un precedente articolo, riguarda il fatto che Monti non vuole decidere che cosa fare prima delle elezioni ma dopo.

In altri termini ha ceduto completamente alla strategia a lungo seguita e tuttora indicata da Pier Ferdinando Casini e dalla sua Unione di Centro. Perchè lo ha fatto?
A me pare perchè non ha l’esperienza politica nè maggior forza  di Casini e ha dovuto cedere alle tesi del suo mentore politico. Ma, in questo modo,non ha il primato che pure  cercava tra le forze di centro.
La seconda osservazione è decisiva in questo momento. Leggendo con attenzione il programma montiano bisogna osservare 1) che la questione sociale è assente e l’assenza è particolarmente clamorosa dopo il discorso del presidente Napolitano; 2) in quel programma non è chiaro quali sono i ceti sociali interessati al ritorno di Monti alla presidenza del Consiglio: non quello che una volta si definiva il proletariato agricolo, industriale o dei servizi e che non troverebbe nel programma nessun capitolo interessante ma neppure il ceto medio, così maltrattato in quest’ultimo anno dal governo Monti. Nè si apre in nessun modo rispetto alle aggregazioni politiche come i partiti politici che interessano proprio questi  ceti sociali.
E allora chi sono i possibili  destinatari del programma Monti? Sarebbe interessante capirlo, anche per le prospettive di alleanza tra centro e sinistra, vista l’ormai probabile sconfitta della destra berlusconiana.


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