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Germano Mazzocchetti e l’Orchestra Sinfonica Abruzzese. Solo tre “Scene per Orchestra”?

 

La vasta produzione del compositore Germano Mazzocchetti è uno dei più eccellenti esempi di musica ‘applicata’, ovvero quell’arte capace di mettere il linguaggio musicale al servizio film, spettacoli, fiction, amplificando le emozioni suggerite dalla drammaturgia, dalle immagini, dalla narrazione e diventandone parte integrante e insostituibile.
L’abruzzese Germano Mazzocchetti nasce come fisarmonicista. Dall’incontro con Antonio Calenda, nel 1978, a Roma, prende il via la sua professione di compositore che oggi convive serenamente con l’attività concertistica del suo sestetto etno-jazz “Germano Mazzocchetti Ensamble”. 

La lunga carriera che si avvale di collaborazioni coi più grandi registi ed attori italiani, teatrali e cinematografici, è approdata in questi giorni ad un evento di particolare rilievo che lo visto dirigere la prestigiosa ‘Orchestra Sinfonica Abruzzese’ in tre attesissime date: alla meravigliosa Collegiata San Michele Arcangelo, nella città d’origine del maestro Mazzocchetti, al Ridotto del Teatro Comunale de L’Aquila e al Teatro Francesco Paolo Tosti di Ortona, rispettivamente il 12, 13 e 14 gennaio scorsi.

“Scene per Orchestra”, questo il nome del concerto di musiche di sua composizione, ha portato in terra d’Abruzzo un esempio di sincretismo musicale appassionato ed emozionante, che si distingue per il modus compositivo estremamente evocativo, trascinante per la sua chiarezza espressiva.

Legato alle atmosfere mediterranee quanto al gusto mitteleuropeo, il linguaggio di Mazzochetti nella composizione di musica ‘applicata’ si rende fruibile e familiare anche laddove il compositore ‘osa’, con legittima autonomia, sorprendendo l’ascoltatore con armonizzazioni originali di rara bellezza. Germano Mazzocchetti accompagna lo spettatore in un viaggio di fantasia, fatto di suoni sapienti e di immagini, di emozioni profonde che riescono a trasportare gli stati d’animo dei presenti nella memoria, paradossalmente anche non vissuta, di uno spettacolo o di un film da lui musicati. E, al contempo, Mazzocchetti suggerisce una proiezione emotiva nel futuro, lì dove le cose ancora si devono compiere…o forse si compiono, di volta in volta, grazie alla maestria con cui ci lascia ‘condividere’, comprendere, i percorsi delle sue partiture.

Il programma di “Scena per Orchestra” ha proposto una scelta di grande interesse: “Le Campane” (dallo spettacolo “La governante” di Walter Pagliaro, di commedia scritta da Vitaliano Brancati nel 1952), la suite ” Faust” (dallo spettacolo di Glauco Mauri del 2009), “Il viaggio della sposa” (suite dalla colonna sonora del film di Sergio Rubini, 1997), “I tre moschettieri” (suite dallo sceneggiato radiofonico di Marco Parodi), “Otello” (protagonista Michele Placido con la regia di Antonio Calenda , 2002), ” Donne informate sui fatti” (splendida suite tratta dallo spettacolo di Beppe Navello, che valse a Mazzocchetti il premio ETI 2009 come miglio autore di musiche) , ” Il piacere dell’onestà” (con un meraviglioso Leo Gullotta, diretto da Fabio Grossi), “Elephant man” (tratto dal Gran varietà di Arturo Brachetti , 2008).

Sulla scia degli applausi entusiastici del pubblico di Città Sant’Angelo e degli ortonesi, raggiungiamo telefonicamente il Meastro Mazzochetti, a pochi giorni dall’evento che lo ha visto per la prima volta con la bacchetta in mano.

Maestro, dopo tanti anni di attività la tua prima direzione ‘pubblica’.
E sì. Ho diretto in sala di registrazione, ma lo studio è più semplice. Lì c’è ben poco da dirigere. Spieghi ai musicisti il senso di quello che devono fare, ma non devi portare il tempo. Nello studio si lavora di editing. Dal vivo se sbagli e ti fermi, hai ‘toppato’ clamorosamente. (ride) Per questa occasione ho preso lezioni di direzione d’orchestra, i primi rudimenti, da Enrico Blatti. E poi, grazie a un’esperienza trentennale, sono riuscito a ‘far partire e finire, insieme’ i trentotto elementi dell’orchestra. (ride)

So come ti ha accolto il pubblico a Città Sant’Angelo e a Ortona, visto che c’ero. A L’Aquila com’è andata?
A L’Aquila eravamo più rodati perché avevamo fatto le prove lì, quindi conoscevamo già la sonorità della sala, e questo è un vantaggio.

E l’Orchestra Sinfonica Abruzzese come ha accolto le tue musiche?
Penso bene. Sai, loro sono abituati a suonare Puccini, Beethoven… Hanno risposto benissimo perché sono tutti grandi professionisti. Mi hanno seguito e hanno provato bene. Qualcuno di loro mi ha fatto anche personali complimenti.

L’incontro con la Sinfonica com’è avvenuto?
E’ stato un invito del Direttore artistico Ettore Pellegrino, che aveva lavorato più volte con me in sala di registrazione, alternandosi o suonando assieme al fratello Antonio. Ettore conosceva bene la mia musica e quando si è insediato mi ha chiesto di proporgli un concerto di mie composizioni. Insieme abbiamo deciso questa carrellata per teatro e cinema. E’ chiaro che quelli scritti per teatro avevano un organico più ristretto, quindi ho scelto musiche che come base di partenza avevano un respiro meno cameristico.

 Hai musicato oltre 140 spettacoli… sarà stato difficile scegliere, in ogni caso.
Alla fine ho scelto nella produzione che va dal 1997 al 2009, quando ho scritto “Donne informate sui fatti”, l’ultimo lavoro teatrale. Ho scelto seguendo il linguaggio, cioè quelli che nascevano già con un respiro sinfonico. Alcuni, come “Il piacere dell’onestà” erano scritti per soli archi. Li ho fatti diventare tutti delle suite. Ho fatto in modo che tornassero dei temi, che non fossero solo una esposizione dei temi espositivi originari.

Alla base delle tue composizioni c’è sempre una melodia godibile e molto fruibile.
Uso temi riconoscibili che si adattano ai vari personaggi delle situazioni drammaturgiche proposte. I temi portanti per essere identificati devono essere necessariamente riconoscibili.
Spesso accade che temi di valore rischiano di perdersi nella ‘messa in scena’.
Cito sempre, e faccio mio, Ennio Morricone. Una volta gli chiesero che importanza avesse la musica nel film e lui rispose: “Quella che gli dà il regista”. Se il regista, nella messa in scena, dà rilievo alla musica, allora vuol dire che quella musica ha valore, è importante.

Nella tua lunga esperienza, hai sentito rispettata la tua musica una volta in scena?
Negli spettacoli che ho scelto per il programma del concerto “Scena per Orchestra” di musica ce n’era tanta. Ripeto, un regista decide di mettere tanta musica in un lavoro, solo se vuole darle importanza. Sai bene quanto negli spettacoli di prosa sia più raro dare spazio alla musica, ma nelle rappresentazioni classiche, come quelle che ho fatto per il teatro di Siracusa, un musicista ha modo di esprimersi di più, rispetto a uno spettacolo di prosa, anche perché deve musicare pure i cori.

Analizziamo insieme alcuni momenti di questo concerto. La suite “Il viaggio della sposa”, dal film di Sergio Rubini,  ci ha stregati letteralmente.
Nel film ci sono temi anche più forti, rispetto a quelli utilizzati nel concerto. Usarli tutti sarebbe stato troppo. Ho preferito puntare su quelli più ricorrenti, tranne il tema centrale, molto etnico, che mi serviva per staccare le due situazioni melodiche. L’ho strutturata così: il leit-motiv del film, altri temi ricorrenti, una parte ritmica e il movimento finale della cavalcata.

Veniamo alla suite del “Faust”, rielaborata dallo spettacolo di Glauco Mauri. Dopo l’introduzione melodica a cui dà il ‘la’ il primo violino, c’è una banda struggente, che io trovo di gusto russo, come il valzer di “Elephant man” (dal Gran varietà di Arturo Brachetti) con cui chiudi il concerto.
Mah… qui la banda non la sento di gusto russo. Europeo, sì. Mentre sul valzer a cui fai riferimento sono d’accordo. In questa versione del “Faust” il tema l’ho fatto per banda, mentre nello spettacolo era voce bianca e campane tubolari. Essendo originariamente una specie di miserere, mi ha divertito trasporlo per banda.

 E alla fine della suite è sorprendente quella sorta di ‘gioco circense’.
E’ il tema della corte, che nel “Faust” è molto grottesco. A me piace molto il grottesco. Il tema di Margherita, espresso dal violino solo, non lo è.  Poi c’è il miserere, poi il cambiamento, un tema ciclico in cui archi, violoncelli violini e viole si rincorrono… così mi sembrava giusto operare dei cambi di atmosfere e chiudere con questo tema grottesco che può rispondere al vero, come dici tu,  a una atmosfera circense.

Passiamo a “I tre moschettieri”, suite dallo sceneggiato radiofonico di Marco Parodi. Lo so che sono noiosi i paragoni con altri maestri, ma io ci ho trovato armonizzazioni che mi hanno fatto pensare a Trovajoli.
Eh, e mica mi offendo se mi paragoni a Trovajoli. Posso dirti che non ci ho pensato, ma mi fa piacere senza dubbio. Sai…”I tre moschettieri” è un libro di cappa e spada, quindi il corno e tromba erano strumenti prìncipi. Lo sceneggiato è stato trasmesso nove anni fa, da Radio2… all’epoca in cui se ne facevano ancora sceneggiati radiofonici. Credo che sia tra gli ultimi di una gloriosa produzione che, purtroppo, è andata persa. E poi c’era un cast bellissimo: da Adriano Giannini, che era Dartagnan, a Gianni Musi, Silvio Spaccesi… Io ho lavorato molto in radio soprattutto negli anni 80. Poi ho fatto la  prosa per Radio3 e poi questo sceneggiato. Mi sarebbe piaciuto continuare. Erano molto divertenti. Sono dispiaciuto del fatto che non si producano più.

Che musica si produce, adesso, Germano? Non posso esimermi di chiedere a un Maestro quale sia lo stato di salute della musica italiana.
La musica, in generale, è in coma… come la cultura. La composizione nella musica applicata resiste finché si faranno film, fiction e spettacoli. Nel mio campo la composizione ancora rimane, anche se dal punto di vista numerico si è ridotta del cinquanta per cento rispetto ad anni fa. Grandi e storiche compagnie chiudono o lavorano solo pochi mesi, con grossi buchi tra una data e l’altra. Prima coi diritti d’autore si tirava avanti in modo dignitoso, adesso solo col teatro non si riesce a vivere.

Che consigli daresti a un giovane compositore?
Consiglio di attendere che ‘passi questa nottata’… come diceva Eduardo. Adesso non c’è spazio per nessuno, neanche per chi lo fa da parecchio questo mestiere. Anche la fiction ha avuto riduzioni drastiche. Il cinema, neanche parlarne. Quello che consiglio ai giovani musicisti è provarci comunque, ma con la consapevolezza che questo è il periodo peggiore per cominciare.

Pensi che usciremo da questa crisi culturale?
Tutto il nostro Paese è in condizioni ballerine. Io spero di sì. Speriamo che questo sia il fondo. E dal fondo non si può fare altro che risalire.

I progetti futuri di Germano Mazzocchetti?
Continuare a ‘fare progetti’ col mio Ensamble. Certo, mi piacerebbe portare avanti questo concerto, soprattutto perché ci ho lavorato dei mesi per equilibrare temi e momenti di ogni brano. Vorrei che si sentisse di più, al di là delle tre repliche abruzzesi di cui sono comunque felicissimo.

Sarebbe perfetto per l’Auditorium Parco della Musica di Roma.
Non mi hanno mai chiamato.

E com’è possibile?
Non lo so… (ride) Molto probabilmente è perché i vari direttori artistici che si sono avvicendati non mi conoscono, il che è del tutto legittimo visto che faccio musiche di teatro. Oppure non mi chiamano proprio perché mi conoscono. (ridiamo)

Visto che sei così ironico, mi sa che abbiamo la confidenza per una domanda che definisco ‘marzulliana’, dando al neologismo tutto il rispetto che merita. Chi è Germano Mazzochetti per Germano Mazzocchetti?
Sono uno che è contento perché è riuscito a vivere facendo il lavoro che voleva fare. So di essere fortunato in questo. E’ molto, di questi tempi.

Allora ti aspettiamo nei templi della musica romana.
Speriamo di sì.

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