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Salah: quando difendere un diritto significa morire

 

Ci sono tanti modi per “morire di lavoro”. Si puo morire perchè un incidente stronca all’improvviso la tua vita. Esci di casa la mattina e non sai se vi fari ritorno, se rivedrai i tuoi cari, la tua famiglia, magari un compagno o una compagna, dei figli. Si puo morire perchè il lavoro lo si è perso e, in periodi difficili, come quello che stiamo vivendo è sempre più difficile trovarne un altro. Ma si può morire perchè si è semplicemente preteso di vedere rispettati i propri diritti, quelli sanciti dalle leggi e dalla Costituzione. E si puo morire soprattutto se il colore della pelle fa di un essere umano una “non persona”.

Salah Kamal Ali Mohamed Mahmoud aveva 30 anni ed era sudanese. E’ stato freddato con un colpo di pistola al torace dal suo ex datore di lavoro.
Dopo aver lavorato per diversi anni in nero, Salah aveva deciso che era ora di riscattarsi, di avere quanto gli spettava e di fare ricorso agli strumenti che la legge gli stava mettendo a  disposizione. Secondo la ricostruzione degli investigatori avrebbe minacciato di fare vertenza e questo avrebbe determinato la reazione spropositata da parte dell’imprenditore di origine calabrese fermato a L’Aquila in possesso dell’arma del delitto.
Anche Salah è morto di lavoro, di un lavoro che schiavizza e tiene nell’ombra. Un lavoro che continua a sfuggire ai controlli e su cui l’unica legge che conta continua ad essere quella del più forte. Salah è stato ucciso perchè reclamava un diritto come prima di lui avevano fatto Ibrahim M’bodi, Ion Cazacu… e molti altri di cui si è perso il nome e la memoria.
Perchè, il più delle volte, per queste morti una breve va più che bene.

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