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L’ombra lunga della ‘ndrangheta sulla Regione Lombardia

 

Un ultimatum vero e proprio quello che il leghista Matteo Salvini, segretario regionale del Carroccio, ha lanciato in queste ultime ore al presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni. O si cambia tutto, azzerando la giunta e rilanciando con una nuova guida della stessa  oppure la Lega Nord toglierà la spina alla maggioranza che governa il Pirellone. Il nuovo terremoto è successivo a quello che vede indagato lo stesso Formigoni per corruzione, in ragione dei presunti favori ricevuti dal “brasseur d’affaires” Pierangelo Daccò, coinvolto negli scandali della sanità lombarda, su tutti quelli relativi alla gestione della Fondazione Maugeri di Pavia e al dissesto dell’ospedale San Raffaele. Un terremoto quest’ultimo che allunga sul Pirellone l’ombra lunga della ‘ndrangheta, visto che arriva in concomitanza all’arresto di uno degli assessori di punta della giunta Formigoni, quel Domenico Zambetti accusato di aver comprato voti dai boss calabresi, versando nelle casse dei clan qualcosa come 200.000 euro per ricevere in cambio quattromila preferenze, decisive per la sua elezione in regione nel 2010, dove riportò oltre undicimila voti.

 L’allergia della Lega

Ieri è stata anche la giornata in cui la Guardia di Finanza ha sequestrato molta documentazione dei gruppi consiliari di Pdl e Lega, a seguito della contestazione delle accuse di peculato e truffa mosse sempre dalla Procura di Milano ai consiglieri Davide Boni (Lega), ex presidente del Consiglio regionale e Franco Nicola Cristiani e Massimo Buscemi, entrambi del Pdl ed entrambi assessori fino a qualche mese. Sono ormai ben cinque gli assessori delle giunte rette da Formigoni ad avere problemi con la giustizia penale, mentre il computo totale dei consiglieri finiti sotto inchiesta sale così a 14 (su 80). Dopo l’arresto mercoledì mattina dell’assessore regionale alla casa Zambetti, “Mimmo” per gli amici degli amici, finito in manette con le pesanti accuse di concorso esterno in associazione mafiosa e voto di scambio, la Lega Nord tenta in extremis di sfilarsi dalla maggioranza di centrodestra che governa al Pirellone, accreditando la propria diversità. «Abbiamo un ministro – ha dichiarato Salvini evocando l’ex titolare del Viminale Roberto Maroni – che ha combattuto più di tutti la mafia e la ‘ndrangheta, abbiamo sindaci che si sono dimessi perché minacciati dalla ‘ndrangheta, abbiamo fatto saltare giunte comunali per infiltrazioni di ‘ndrangheta, quindi quando c’è di mezzo il malaffare per quanto riguarda la Lega non c’è da discutere».

E poi ancora: «Quando si parla di mafia, camorra e ‘ndrangheta alla Lega viene l’allergia». All’annuncio del segretario leghista di avere in mano le dimissioni di assessori e consiglieri del proprio partito e alla richiesta di azzeramento della giunta regionale con l’apertura di una nuova fase, pena il ricorso alle elezioni, Formigoni ha replicato duramente. Prima ritirando le deleghe assessorili agli esponenti del Carroccio e poi minacciando perentoriamente una sorta di “Muoia Sansone con tutti i Filistei” con poche ma decise parole: «Se cade la Lombardia un secondo dopo cadono Veneto e Piemonte». Formigoni ha ora davanti solo due strade: il rimpasto di giunta, sempre che gli alleati accettino, oppure le dimissioni, per evitare di essere mandato via dalle dimissioni dei consiglieri di minoranza ai quali potrebbero aggiungersi anche i leghisti. Tutte ipotesi di cui si parlerà in un vertice nelle prossime ore in programma a Roma con i vertici del Pdl e della Lega.

A caldo la prima reazione del governatore lombardo è di imbarazzata circostanza: «Si parla di qualcosa di estremamente grave e voglio approfondire ma sono accuse che riguardano Zambetti». Poi con il passare delle ore è stato costretto ad arrendersi all’evidenza, tanto da ammettere con gli assessori e con il suo staff qualcosa di più: «O la magistratura sta commettendo un errore clamoroso o Zambetti ha tradito me e ha tradito tutti voi». E al sindaco di Milano che ha denunciato l’insostenibilità della situazione ha replicato assolutamente stizzito: «Il sindaco Pisapia non è consigliere regionale».

 “La forza della competenza”

Una campagna elettorale aggressiva e dispendiosa quella del 2010 per Domenico Zambetti, con tanto di manifesti affissi per tutta Milano che riportavano la sua immagine nello stile serigrafico che Andy Warhol fece conoscere in tutto il mondo. E ancora slogan evergreen come “La forza della competenza” o “Al servizio dei cittadini”, rilanciati da un sito internet e social network creati appositamente per l’occasione e utilizzati anche durante gli ultimi due anni di carica assessorile. Una lunga carriera politica quella di Zambetti, iniziata come dirigente del comparto sanitario in provincia e regione e poi vissuta in prima persona nel territorio di residenza, dove è stato anche sindaco del comune di Cassina de’ Pecchi, paese alle porte di Milano.

Esponente per molti anni della Democrazia Cristiana, Zambetti ebbe poi una militanza prima nel Cdu di Buttiglione e poi nel Patto Segni. Fu anche assessore nella giunta di centrosinistra che guidò la Provincia di Milano, salvò sfilarsi all’ultimo e sostenere poi Ombretta Colli, che ne divenne presidente nel 1999. Dall’Udc al Pdl il passo è stato breve e coadiuvato anche dalla nomina ad assessore regionale all’artigianato nel 2005. Nel 2010, forse messo in allarme dalla sfrenata competizione in seno allo stesso PdL, la paura di non essere eletto lo porta ad interloquire con due esponenti del clan calabresi, alla ricerca di consensi utili a riportarlo al Pirellone. Il primo di questi è Giuseppe D’Agostino, imprenditore e gestore di locali della movida milanese, finito nei guai in passato per traffico di droga nell’ambito di una delle tanti inchieste sull’Ortomercato di Milano. D’Agostino è legato alle potenti famiglie di Africo (RC) dei Morabito dei Palamara e dei Bruzzaniti.

Il secondo è Eugenio Costantino, anche lui piccolo imprenditore e contatto con i Di Grillo-Mancuso di Limbadi (VV). I due coinvolgono altre famiglie calabresi presenti da decenni nell’hinterland milanese, come i Barbaro e i Papalia, originari di Platì e attivi nel sud di Milano. E anche un insospettabile, Ambrogio Crespi, pure lui finito in manette con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e fratello del ben più noto Luigi. I due fratelli Crespi sono stati già condannati in primo grado, rispettivamente a quattro e a sette anni per la bancarotta di Hdc, la società di comunicazione famosa per la realizzazione dei sondaggi commissionati da Silvio Berlusconi per la sua attività politica. Le intercettazioni ambientali testimoniano l’avvenuto pagamento da parte di Zambetti della somma pattuita – 200.000 euro per un totale di 4.000 voti, quindi 50 euro per ogni voto ricevuto – ai due rappresentanti inviati dalle cosche a riscuotere il dovuto.

Non sarebbe avvenuto solo uno scambio di tipo monetario, ma anche si sarebbero concretizzati altri favori richiesti dal clan, su tutti alcune assunzioni di familiari degli ‘ndranghetisti presso l’Aler, l’ente case popolari della regione e presso alcune cooperative e ditte che avevano in essere contratti con la Regione Lombardia.  Ecco così prendere corpo le imputazioni a carico di Zambetti: non solo scambio elettorale politico-mafioso (il reato è previsto dall’art. 416 ter del codice penale), ma anche concorso esterno in associazione mafiosa, con l’aggravante dell’agevolazione nei confronti della ’ndrangheta.

 Boccassini: «Violata democrazia e libertà di voto»

In tutto sono venti le persone raggiunte dall’ordinanza di custodia cautelare, disposte dal gip Alessandro Santangelo su richiesta di Ilda Boccassini, procuratore aggiunto di Milano e del pubblico ministero Giuseppe D’Amico: molti sono esponenti della famigerata “zona grigia”, dove si coltivano relazioni inconfessabili e professionisti irreprensibili si danno da fare tra politica, malaffare e criminalità organizzata. Come il sindaco di Sedriano (MI), Alfredo Celeste, con incarichi per il Pdl a livello provinciale e accusato di concorso in corruzione, con l’aggravante di aver agevolato la cosca Di Grillo-Mancuso. O come Marco Scalambra, di professione chirurgo in quel di Bergamo e Zingonia e finito in carcere per concorso in corruzione aggravata.

E ancora lo stesso Ambrogio Crespi, sospettato di aver raccolto un pacchetto di 2.500 voti nella sola città di Milano in favore di Zambetti. Tra l’altro, collegata a Sedriano è proprio la vicenda dell’assunzione all’Aler favorita da Zambetti; la beneficiaria infatti sarebbe Teresa Costantino, figlia di Eugenio e tuttora consigliere comunale proprio nel comune dell’hinterland milanese. E dalle intercettazioni emerge che quando viene mostrato a Zambetti un “pizzino” nel quale si ricostruisce lo scellerato patto stretto con la ‘ndrangheta, il politico si lascia andare ad un attimo di sconforto, come testimoniato dalle parole registrate dello stesso Costantino: «Piangeva per la miseria, si è cagato sotto, cagato completo, totale… Il potere lo hanno i politici e la legge, però ogni tanto, con l’aiuto degli amici, ogni tanto una soddisfazione ce la prendiamo ». E sempre Costantino: «Hai visto quel pisciaturi di Zambetti, come ha pagato…eh…lo facevamo saltare in aria…».

Emerge ancora una volta uno spaccato terribile, dove la politica è sotto scacco e la ricerca del consenso dei clan prende le strade, mai finora registrate, dello baratto anche di tipo economico, per la conquista dei voti necessari alle elezioni. Lo scenario squadernato dall’ultima inchiesta si sarebbe ripetuto anche in occasione delle elezioni amministrative per il Comune di Milano nel 2011. Questa volta a chiedere i 300, 400 voti necessari all’ingresso a Palazzo Marino sarebbe stato Vincenzo Giudice, già consigliere comunale ed ex presidente della Metro Engineering. I voti non li avrebbe chiesti per sé ma per la figlia Sara, candidata della lista “Nuovo Polo per Milano” che sosteneva la candidatura a primo cittadino di Manfredi Palmeri. La Giudice risultò però la prima dei non eletti e da allora si è segnalata per la sua campagna moralizzatrice per chiedere che fosse allontanata dal Pdl Nicole Minetti, l’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi, finita poi sui banchi della maggioranza al Pirellone e protagonista indiscussa delle notti brave di Arcore e dell’affaire Ruby che tanto ha contribuito alla diminuzione del consenso per l’ex premier. Vincenzo Giudice non è stato arrestato ma al momento è semplicemente indagato per una ipotesi di corruzione, perché non è stato accertato che Giudice sapesse di avere a che fare con gli emissari delle cosche.

Anziché comprare i voti, avrebbe manifestato loro una generica disponibilità a favorire società da loro segnalate nell’appalto della metro tranvia di Cosenza, che sarà realizzata dalla società all’epoca dei fatti presieduta dall’ex consigliere. Veemente la risposta di Sara Giudice: «Si tratta di un complotto, qualcuno aveva tutto l’interesse nel farmi incastrare. Da quando ho iniziato la mia battaglia ho avuto tutti contro, ci sono stati ministri della Repubblica che mi hanno offerto posti di lavoro in Mondadori, e credo che qualcuno si sia molto arrabbiato quando ho denunciato questo fatto». Sconsolato il commento di Ilda Boccassini ieri in conferenza stampa: «Quello che è successo è devastante per la democrazia. È la prima volta che un voto di scambio viene accertato durante le indagini. La democrazia e la libertà di voto sono state violate».

Già, sembra proprio non esserci fine al peggio per la Lombardia, che fino a qualche anno fa pensava ancora di essere immune dal crimine organizzato di stampo mafioso. La presunta “isola felice” ha scoperto di non esserlo più, di non esserlo mai stato forse, ma ora il risveglio alla cruda realtà è più duro di quello che si immaginava. E purtroppo non è ancora finita …

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