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Trattativa Stato-mafia. Il questore che sfuggì all’agguato e quelle indagini sul ministro Mannino

 

Vent’anni addietro. Mazara del Vallo, 14 settembre 1992. Un commando composto dai killer di mafia più spietati, Matteo Messina Denaro, Leoluca Bagarella e Giuseppe Graviano, attende sul lungomare il passaggio di un poliziotto, Rino Germanà, dirigente del commissariato. Lo debbono uccidere, ma non ci riescono. Prima di arrivare a Mazara da commissario si stava occupando, da capo della Criminalpol siciliana, dell’ex ministro Calogero Mannino. Il ministro dell’Interno che lo accolse a Roma dopo l’agguato era Nicola Mancino, sua la decisione di allontanarlo dalla Sicilia e dalle indagini che stava facendo, “per la sua sicurezza”.

Passo indietro. In quel 1992 Rino Germanà dopo essere già stato commissario a Mazara si era ritrovato a tornarvi dopo che era stato il dirigente della Squadra Mobile e poi il capo della Criminalpol siciliana: un incredibile passo indietro quel ritorno al commissariato. Nel processo per il suo tentato omicidio il pm Andrea Tarondo durante la requisitoria parlò di una “manina che aveva voluto quel trasferimento” le indagini allora permettevano di potere dire solo questo. Nei mesi scorsi Germanà è stato sentito dal pm Nino Di Matteo.

Ha raccontato  che da capo della Criminalpol aveva ricevuto una delega di indagini dal pm di Marsala Alessandra Camassa: “C’era da indagare – conferma lo stesso ex pm che adesso è presidente di sezione di Tribunale a Trapani – su pressioni ricevute da un presidente di una sezione della Corte di Assise di Palermo (Scaduti, ndr), a proposito di un processo (delitto capitano Basile ndr), chi gli mandava quei “messaggi” era un notaio per conto di un politico, delegai il dottor Germanà a fare accertamenti per identificare quel politico, se ne occupava la Procura di Marsala perché si pensava fosse un politico del luogo”. Il notaio era Pietro Ferraro, professionista in condominio con la mafia e la massoneria, ex socio di Vito Roberto Palazzolo, il politico era Enzo Inzerillo, ex segretario del ministro Ruffini, e le indagini portarono Germanà al ministro Calogero Mannino che era il capo corrente di Inzerillo.

Germanà al pm Di Matteo ha detto che un giorno mentre indagava per la delega dei pm di Marsala fu convocato a Roma, dal vice capo della Polizia, prefetto Luigi Rossi, “mi chiese dell’indagine che stavo facendo, del perché mi interessavo a Mannino”; tornò a Palermo e ricevette due telefonate, “una persona che mi chiedeva di incontrare Mannino e un’altra di Mannino che mi chiedeva se era possibile incontrarmi”. Poche settimane e si ritrova a Mazara, trasferito lì dal Viminale, qualche settimana ancora e sulla strada di Tonnarella trova quel super commando di mafiosi che lo attende.
Rino Germanà si difese e si salvò, nel giro di un paio di ore lui e la sua famiglia furono presi, portati via dalla Sicilia, arrivarono a Roma, in serata il Tg1 mandò in onda l’intervista a Germanà, incerottato con vicino il ministro Mancino. Dopo di che Germanà scomparve per tutti, lui conoscitore dei grandi interessi di Cosa nostra, che aveva messo le mani nelle banche dei boss, indagato anche sulla Banca Sicula della famiglia D’Alì, e che Paolo Borsellino avrebbe voluto al suo fianco a Palermo, si ritrovò anche a fare il dirigente del commissariato presso l’aeroporto di Bologna. E’ tornato in campo da poco dapprima questore a Forlì e oggi a Piacenza. La testimonianza di Rino Germanà oggi è dentro il fascicolo di indagine contro l’ex ministro Calogero Mannino, indagato dalla Procura di Palermo per minaccia a corpo dello Stato.

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