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Smemorati Rai unitevi

 

La manfrina sui nuovi vertici Rai sta scadendo nel ridicolo della politichetta mentre l’azienda serenamente muore. Citazioni utili per l’epitaffio. [Ennio Remondino]

La Rai del Cossiga libertario. «Non vorrei che un giorno, nella storia della comunicazione, si dica che sarebbe stato più comodo per Enzo Biagi, come per altri giornalisti, vivere nella Francia di Luigi XIII, di Luigi XIV o Luigi XV, che nell’Italia di oggi. A Luigi XVI non arrivo perché con lui sono state tagliate molte teste». Dixit Francesco Cossiga, presidente emerito della Repubblica italiana, Milano, settembre 2003. A quasi dieci anni di distanza e senza nessuno dei personaggi citati ormai in vita, la provocazione dell’ex Picconatore sembra quasi un atto di preveggenza visto che da allora, nella storia della comunicazione radio-televisiva italiana, è cambiato davvero poco. La Rai per lotti partitici. Mediaset azienda-partito. Ed eccoci oggi costretti ad arrivare a quel Luigi XVI, proprio «perché con lui sono state tagliate molte teste». Il problema è che Mario Monti mi sembra troppo perbenino per fare il Robespierre con piazza Mazzini trasformata in Place de Grève.

Eppure, senza troppo cruenti tagli di zucche, un bel ripulisti ci vorrebbe davvero. E di gran fretta.

Il Monti smemorato. Eppur lo disse. «So che il tema del pluralismo e della concentrazione dei madia è difficile, delicato, ma penso che dobbiamo affrontarlo». Lo sosteneva nel 1995 il commissario al Mercato interno dell’Unione Mario Monti. Che insisteva: «Basti pensare che oggi, ai sensi della legislazione di un certo Stato membro, una sola persona non può possedere più di due reti televisive, mentre in un altro Stato membro non esiste alcun nessun limite alla proprietà di reti televisive». Chi sa a quale Stato e a chi personalmente si riferiva l’allora quasi giovane professor Monti? Che aggiungeva: «A me pare evidente che la protezione del pluralismo nel quadro del Mercato unico europeo non funzioni bene». Sempre accademicamente moderato il nostro attuale Premier. Nel frattempo, in Europa non è cambiato nulla, e l’Italia sta precipitando verso il ridicolo. Nel rincorrere citazioni, dall’Europarlamento nei  tempi del Popolare italiano Guido Bodrato: «Il sistema dei media ha camminato insieme alla democrazia, ma da qualche tempo c’è una contraddizione e una tendenza alla concentrazione che significa, di fatto, meno democrazia».

Eppur si puote. Torniamo indietro di 250 anni. Sentite questa sulla libertà di informazione. «E’ garantito il libero accesso a tutti gli archivi, così che i documenti possano essere copiati sul posto e se ne possano ottenere delle copie autenticate”. Velleitarismo proto comunista di frange sindacali? Se confrontiamo quanto sopra col ben più moderato articolo 21 della nostra Costituzione repubblicana, parrebbe proprio. I Padri della Patria nel 1948 si limitano a garantire a tutti i cittadini il semplice «diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto, e ogni altro mezzo di diffusione». Pochi avranno osservato che la parola informazione non compare in tutto il testo costituzionale. Il passaggio dalla “libertà di pensiero e parola” a quello di “libertà di informazione” resta incompiuto da allora. Ma allora chi furono quei folli che vollero abolire il “segreto” nel nome del diritto dei cittadini a conoscere? Partito dei “Berretti” (Mossorna), borghesi liberali che governavano la Svezia nel 1766. «Per togliere il funesto alone di mistero dietro il quale l’interesse particolare, il favoritismo e la diseguaglianza possano spassarsela a spese del cittadino».

L’Unione dei liberi mercanti. Mentre la politica litiga sui dettagli e la Rai boccheggia, il mondo ci guarda allibito. No comment sull’attuale legge Gasparri, che fa il paio col Porcellum elettorale. Cosa accade nel resto dell’Europa? Tutto e il contrario di tutto, soprattutto dopo l’allargamento a 27 Stati attuale. E’ certamente sfuggito ai più ma nelle varie carte ordinative, le piccole Costituzioni dell’Unione, le parole pluralismo e informazione non comparivano neppure una volta. Ora se ne fa cenno nella carta di Nizza. Bontà loro, visto che i tentativi di una Direttiva Ue sulla materia -mai nata- inizia la sua sofferta e infelice gestazione nel 1992. Primo parto europarlamentare nel 1996 dove, cancellate le parole “pluralismo” e “informazione” si cerca di fare appello al dio Mercato. La libertà di informazione ridotta ad una merce. Ma anche così non va e su pressioni dell’ultra liberista statunitense Reagan, la Lady di Ferro signora Thatcher blocca tutto. Da allora ad oggi soltanto nobili appelli parlamentari e l’Europa della democrazia informativa libera e plurale che resta un sogno nel cassetto. Una fantasia forse. Vero è che la nostra Rai è governata dalla legge Gasparri.

Eppure si puote. Volendolo. Partiamo sempre dall’estremo nord, in onore dei grandi liberali Mossorna. In Norvegia, su 9 elementi del consiglio di amministrazione della NrK (la Rai locale), 6 sono eletti dal Parlamento, 3 dal personale della televisione stessa. L’Olanda esagera nella rappresentanza con 33 consiglieri indicati da parlamento e organizzazioni sindacali varie. La piccola Austria decisamente esagera: 35 componenti, 15 di indicazione parlamentare 6 dall’organo di rappresentanza degli utenti, 5 dalla commissione interna, 9 dai singoli governi delle regioni territoriali. Interessante l’Organo di garanzia che rappresenta i telespettatori. Fantascienza. Altra questione. Mentre in Italia i vincoli di pluralismo valgono soltanto per l’emittente pubblica, In Germania invece si insiste proprio sui privati, tenuti a garantire «L’espressione di tendenze diverse».Ma tagliamo corto. Più che i modi conta la sostanza. Prendiamo il caso della Gran Bretagna e della mitica Bbc, largamente all’avanguardia per modernità di contenuti e garanzie degli utenti. I 12 componenti del Board of Governors sono nominati dalla Regina su proposta del premier.

Contenuti e contenitori. Dunque, stando all’ultimo esempio della Bbc, il problema non è tanto quello della forma del contenitore quanto quello dei contenuti degli amministratori e dei valori etico professionali dei giornalisti e dei creativi della programmazione di intrattenimento. E qui arrivano i dolori. Non colgo in Rai atti di pentimento. Da parte dei partiti che hanno fatto carne di porco nella nomine e nelle clientele. Bersani, riconosco, cerca di cambiare strada ma non osa rinnegarlo e chiedere scusa in conto terzi. Da parte del gruppo dirigente che ha praticato, ingoiato e ha servito la logica dell’appartenere prima dell’essere. Se al bar dell’ottavo piano di viale Mazzini raccogliessimo la statistica delle “teste di rapa” (eufemismo) da cacciare, otterremmo risultato plebiscitari al 90 per cento. Infine, imbarazzo personale, i giornalisti. Quelli veri, lottizzati o meno, e quelli inventati.  Già ho parlato delle gerarchie alla Franceschiello nelle redazioni. Giornalisti golosi, sindacato forse condiscendente: ma l’ufficio RUO (Risorse Umane, dicono oggi per indicare il vecchio Personale) dove caspita era in questo balletto di “violazioni contrattuali” consentite e di cause in “sanatoria”?

Il troppo stroppia. Ora il problema è quello stringente dei numeri. Costi per personale i salita e quelli per la produzione in discesa. Ascolti a scivolo su tutti i fronti, anche per la rivoluzione in corso tra mezzi di informazione tradizionale e web. Pubblicità in picchiata un po’ per crisi un po’ per ridefinizione dell’intero sistema dei media. In Rai occorrerebbe un pensatoio per ridefinire formule informative e di intrattenimento adeguate alla rivoluzione in corso, ed invece ci si limita al solito pollaio delle nomine. Persino le ipotetiche candidature cedute dal Pd alla “Società civile” diventano occasione di dileggio personale contro l’uno o contro l’altro. E nella malinconia di vecchio arnese Rai mi rifugio nelle parole di un altro scomparso. Federico Scianò, caro collega che ancora si sforzava di pensare per confrontarci e, possibilmente, crescere. Un altro dinosauro nel Jurassik Park dei galantuomini. «La lottizzazione è un fenomeno degenerativo che assomiglia molto alle libertà feudali, quando la libertà era un privilegio legato alla proprietà di un territorio e finiva dove finivano i confini di quel territorio. Chi non aveva proprietà, non aveva il privilegio della libertà»

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