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Restituiamo un senso al domani

 

di Roberto Bertoni

In questa fase di vuoto totale, che Furio Colombo ha giustamente definito un “non periodo”, ci sentiamo un po’ tutti sul crinale, in bilico tra passato e futuro, purtroppo costretti a fare i conti con un presente nel quale c’è ben poco da raccontare. O meglio, qualcosa ci sarebbe pure: le controverse stime sugli esodati, le polemiche tra il ministro Fornero e l’INPS, la riforma della legge elettorale (che non è ancora chiaro se riuscirà a vedere la luce prima delle imminenti elezioni), la riduzione del numero dei parlamentari (che fortunatamente sembra essere in dirittura d’arrivo) e, infine, la riforma del mercato del lavoro, che Monti pretende di approvare in tempi strettissimi per metterla sul tavolo del prossimo vertice europeo (che si terrà il 28 e 29 giugno) come simbolo della ritrovata credibilità ed affidabilità dell’Italia.
Insomma, gli argomenti non mancano. Ciò che manca del tutto, invece, è un progetto, un’ideologia, un “pensiero lungo” – per dirla con Enrico Berlinguer – una qualche speranza cui aggrapparci in questi tempi di spread e listini economici, di aride cifre e di analisi dalle quali non filtra uno spiraglio di luce.
A pensarci bene, sembra di essere tanti pesci in un acquario: muti, soli, intrappolati, incapaci di unirci, di mettere a punto un progetto comune, di scorgere un orizzonte più ampio che in effetti manca.
È questo il vero dramma della società attuale, per non parlare poi del momento politico che stiamo attraversando: l’incertezza, il non poter programmare niente, un estenuante vivere alla giornata nel quale il domani è sempre e soltanto il giorno dopo e non c’è spazio per spingere lo sguardo al di là della famosa siepe leopardiana.
Tra i numerosi motivi della disaffezione popolare nei confronti della politica, credo che questi vengano assai prima degli eccessivi rimborsi elettorali e persino delle leggi “ad personam” del governo Berlusconi e dei discutibili provvedimenti sociali del governo Monti, che pure hanno la loro buona dose di responsabilità ma mai quanto lo strazio di un dibattito che si trascina stancamente da mesi senza che nessuno abbia ancora capito nulla di cosa accadrà da qui al 2013 e tanto meno dopo.
Perché in fondo, a voler essere sinceri, la stessa nascita del governo Monti è frutto di questo clima paludoso, delle crescenti difficoltà della politica di darsi un orizzonte e di indicarlo alla gente, dell’impossibilità di andare oltre il proprio cortile, come se la sindrome di NIMBY (acronimo di “Not In My Backyard”: non nel mio cortile) si fosse impadronita di tutti noi, compresi i più lungimiranti, costretti a subire le conseguenze di un declino che dura ormai da alcuni decenni e pare inarrestabile.
Va detto anche che sbaglia chi sostiene, sia pur in buona fede, che Monti e i suoi ministri siano venuti “dopo i partiti”: è sotto gli occhi di tutti che la loro designazione è legata a doppio filo al disastro berlusconiano e ad un decennio di mal governo e di riforme sempre sbandierate e mai realizzate.
L’Italia contemporanea, dunque, dà l’impressione di essere un bradipo immobile, incapace di reagire, di risollevarsi, privo persino della volontà di battere un colpo, di tornare a dire la propria in ambito internazionale, nonostante i notevoli sforzi di Monti e l’accelerazione che egli ha impresso in questi mesi ad un’attività politica per troppo tempo paralizzata dalla risoluzione dei problemi giudiziari di Berlusconi.
Il guaio è che adesso è tardi, che molte cose andavano fatte prima, che altre non andrebbero fatte proprio, che oramai il discredito è generale e non basta più ridurre il numero dei parlamentari per recuperare consensi, come temo che non basterà un’eventuale riforma della legge elettorale (anche se sarebbe un bel passo avanti), nemmeno se fosse varata con tutti i crismi e senza neppure l’ombra di possibili inciuci o accordi a ribasso sottobanco.
Per riconquistare il cuore degli elettori, bisognerebbe innanzitutto riappropriarsi delle parole e sfatare alcuni miti tuttora in voga: smetterla di blaterare di merito per giustificare ogni forma di crudeltà gratuità, smetterla di confondere la serietà (utilissima) con la severità e il timore fondato sulla paura (inutili e dannosi), smetterla di associare i dipendenti pubblici, parlamentari inclusi, ai “fannulloni” di brunettiana memoria, smetterla di enfatizzare e di ricamare su ogni vicenda, smetterla di inseguire Grillo sul suo terreno che conduce rapidamente verso il baratro, smetterla di acuire lo scontro tra le parti sociali, com’era solito fare il precedente esecutivo con i tavoli separati e la costante alimentazione di uno scontro, all’epoca al diapason, fra la CGIL da una parte e la CISL, la UIL e l’UGL dall’altra.
Sarebbe bene, inoltre, tornare a pronunciare quei termini che il berlusconismo ha ignorato scientemente per dieci anni e il montismo purtroppo non sta rivalutando: ambiente, crescita, sviluppo, scuola, università, ricerca, turismo, umanità, cultura, fabbriche, aziende, operai, imprenditori, sogni, speranze, uguaglianza, diritti, prospettive e molti altri ancora.
Tuttavia, affinché dalle chiacchiere si passi ai fatti e si recuperi un altro valore fondamentale come la concretezza, tutti i suddetti termini devono entrare a far parte del prossimo programma elettorale del centrosinistra perché, ora più che mai, non c’è bisogno di altre parole al vento o di un “Contratto con gli italiani” come quello che firmò (e naturalmente mise nel cassetto l’indomani) Berlusconi da Vespa nel 2001; c’è bisogno di un nuovo “Contratto sociale” che si ispiri a quello di Rousseau, che ponga al centro il dramma del divario generazionale e del lavoro che manca, che tenga conto della “questione morale” e si ponga l’obiettivo più ambizioso: ridare un senso al domani e far sì che questo domani corrisponda almeno ad una generazione.

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