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Calabria, il coraggio e la forza delle donne

 

di Michela Mancini

Hanno creato una crepa dentro la ‘ndrangheta  che può far saltare buona parte del sistema ‘ndrine. Sono le donne di Calabria. E non è un caso se il festival “Trame” cominci da loro.  L’idea di aprire simbolicamente il Festival con un incontro tutto al femminile è stata del direttore artistico, Lirio Abbate.  Bianca Stancanelli, giornalista e moderatrice del dibattito, ha aperto i lavori sottolineando questa scelta: «Decidere di aprire i lavori affrontando il tema del “coraggio delle donne”,significa avere preso coscienza di un fenomeno di importante rilevanza sociale».  Quel che sta accadendo oggi in Calabria è un fatto rivoluzionario, e come tale va interpretato – spiega il magistrato Alessandra Cerreti  – per ricordare agli altri, ma soprattutto a noi stessi, che la «’ndrangheta è un fanno umano e da tale si deve combattere e sconfiggere.  È una malattia, un cancro. Bisogna  trovare l’antidoto.  Gli arresti, i sequestri non bastano, occorre una rivoluzione culturale che può e deve passare dalle donne. “Trame” oggi dimostra che esiste una parte sana della Calabria,  che è la preponderante, ed è quella che si deve ribellare. Perché se ne devono andare loro, non noi».

Il coraggio delle donne. Sul palco allestito a Palazzo Nicotera, quattro donne ieri pomeriggio ha intrecciato i fili delle loro storie: donne del sud che convivono, per costituzione, con un senso di responsabilità al quale non ci si può ribellare. Il magistrato Cerreti lo racconta bene, spiegando la scelta di trasferirsi da Milano a Reggio Calabria: «Mi sono trasferita per dovere. Non per coraggio. Da meridionale, la mia esperienza a Milano la vivevo con profondi sensi di colpa. Di coraggio invece io ne ho raccolto, in particolare di coraggio di donne». Nell’ultimo anno e mezzo in Calabria è avvenuto un fatto eccezionale: nella ndrangheta si stanno creando delle crepe grazie alla scelta di alcune donne, che hanno deciso – per sopravvivenza – di collaborare con la giustizia.  Donne che diventano un esempio. Angela Corica, giovane giornalista calabrese, minacciata dalla ndrangheta per aver scritto delle inchieste sullo smaltimento di rifiuti, riesce a descrivere con precisione questo grande senso di ammirazione: «Io mi sono dimessa dal giornale in cui scrivevo perché non condividevo più la linea editoriale. Sono passata per pazza o incosciente: in tempi di crisi mi permettevo il lusso di rinunciare ad un posto di lavoro.  L’ho fatto perché non mi sarei sentita di essere coerente. Non gliel’ho data vinta a chi mi ha minacciato, anche se sarebbe bastato poco: in certi posti, basta stringere qualche mano in più, accettare un caffè al bar la mattina. Se avessi ceduto non sarei tornata a casa la sera pensando di aver costruito qualcosa di buono. Ma il mio non è coraggio. Parlare di coraggio è eccessivo in confronto a tante altre storie: vivere in una famiglia mafiosa, essere indotte al suicidio, decidere di collaborare per offrire una vita dignitosa ai propri figli. Grazie a quelle donne e alla loro collaborazione sono state scoperte le strutture della ndrangheta».
Il sistema ‘ndrangheta tratteggiato dalle testimoni/collaboratrici di giustizia lo ha spiegato il magistrato Cerreti, col quale queste donne hanno vissuto a stretto contatto: «La collaborazione femminile è eccezionale in Calabria perché la ‘ndrangheta si fonda su legami di sangue. Quindi ribellarsi al sistema mafioso significa tradire la propria famiglia. Prima si riteneva che la donna di ndrangheta avesse un ruolo marginale: colei che bada al focolare domestico. Le ultime indagini hanno smentito questo mito. La donna, in quanto unico componente libero della famiglia, è il veicolo tra i detenuti e gli esponenti del clan fuori dal carcere. Grazie a loro i detenuti esercitano i loro potere sulla comunità attraverso il carcere.  Un altro ruolo è quello di cassiera: le figure femminile ricevono i proventi delle attività illecite nelle proprie case.  Il risultato processuale degli ultimi anni è che la donna ha un ruolo attivo nelle cosche». Proprio questo ruolo le rende, adesso, l’anello debole della catena.  Infatti, risultano essere la maggiore preoccupazione della mafia calabrese: non solo una finestra su un mondo che deve rimanere insondabile, ma anche una minaccia all’onore della famiglia.  Chi tradisce, deve morire perché ha permesso che il clan perdesse potere al cospetto delle famiglie avversarie. Sempre la Cerreti spiega: « In un processo è emerso che dopo aver appreso di una collaborazione, la cosca avversaria ha festeggiato. La collaborazione femminile è dirompente per ché la forza propulsiva che spinge una donna a parlare scavalca i propri legami affettivi. Solo un affetto è superiore a questi legami affettivi: i figli. “Lo faccio per garantire un futuro migliore”.  È la frase che più mi sono sentita ripetere dalla donne con cui ho collaborato. Tutto ruota intorno ai figli.  Non ci sono minacce e offerte di denaro che tengono davanti a loro.  Queste donne non hanno mai avuto alternative di vita, il carcere l’hanno vissuto come un fatto naturale. Sono abituate a odiare le istituzioni. Internet ci ha aiutato perché è una finestra sul mondo normale.  Il tratto comune delle collaboratrici è che avevano una relazione extraconiugale: questo non significa che usino la collaborazione per trarne vantaggio, anche perché sono spesso relazioni platoniche via chat. Relazioni che però permettono a queste ragazze – perché di ragazze si stratta – di non essere considerate più solo come  “la figlia di”. Quando poi le famiglie se ne accorgono subentra la legge mafiosa: al tradimento corrisponde la morte. E loro lo accettano come un fatto normale: “però me lo merito, tutto sommato. Io tradisco, io devo morire: se devo morire tanto vale che collaboro per offrire una vita migliore ai miei figli”.  Giuseppina Pesce e Maria Concetta Cacciola ne sono la testimonianza».
Una Calabria che sembra rinascere dalle sue stesse ceneri, con una forza disarmante. Angela Bubba, scrittrice calabrese,  nel suo libro “Mali Nati” racconta una terra ferita, ma con parole d’acciaio. «La mia unica arma è la parola, non c’ho pensato due volte a scrivere questo libro. Il primo capitolo steso è infatti su Rosarno.  Una frase di un ragazzo immigrato mi ha colpito talmente tanto da darmi il coraggio di scrivere: “Parlare nella terra dei morti è l’unico modo per non morire davvero”.  Spesso alcuni comportamenti ce li fanno vedere gli altri, quelle persone che non conoscono la nostra terra.  Grazie alle parole di questi “altri” è arrivata la presa di coscienza che ha permesso a questo libro di nascere».
Maria Teresa Morano, presidente della Fai (Federazione delle associazioni antiracket italiane) prende la parola per ultima, raccontando la storia di Silvana Fucito, commerciante che si è ribellata alla Camorra in un comune dell’interland napoletano.  Una lotta che le è costata non solo fatica ma tanta amarezza: quando la criminalità organizzata le ha incendiato il negozio danneggiando gli appartamenti degli altri inquilini, quegli stessi che prima le sorridevano con cortesia, l’hanno fatta sentire in errore.  «Ma – sottolinea –  la scelta giusta era resistere.  Nel movimento antiracket abbiamo tantissime donne. Forse perché siamo meno disposte ad accettare i compromessi.  Noi abbiamo una responsabilità. La sentiamo questa responsabilità.  Fare le valigie per un imprenditore minacciato è scappare.  Come pagare è un fallimento, significa ammettere che non hai la possibilità di vivere libero nella tua terra.  Se tutti andiamo via lo spazio rimane a loro.  Dobbiamo resistere».
Quello di ieri pomeriggio non è stato solo un incontro, la conclusione ne è stata la prova. Alessandra Cerreti ha voluto leggere alla platea una poesia scritta da Giuseppina Pesce, collaboratrice di giustizia in carcere da due anni. Una poesia scritta per la sua bambina, Angela.  Commentarla sarebbe inutile e inappropriato. Pensarla come il simbolo di una vittoria, forse le renderà giustizia. A seguire il testo della poesia.
Angela, dal giorno che sei entrata nella mia vita  l’hai cambiata.
Tutto è diventato più facile, più  dolce, più vero.
Tu non ti rendi conto di cosa sei per me, sei l’aria che respiro,
Sei la luce che mi fa strada in questa vita piena di ostacoli.
Sei la forza che mi fa andare avanti giorno per giorno in queste quattro mura. 
Sei la mia fatina che ogni notte mi porta nel mondo dei sogni dove tutto è magico. 
E tu col tuo sorriso mi guardi e mi dici, vieni mamma, che qui si sta bene.
Verrò amore mio, verrò da te e stretti stretti per mano non ci lasceremo più.
Andremo in contro ad una vita nuova,  quella che da quando sei venuta al mondo hai dato a me, quella che ho sempre sognato io per te.  

Ti amo

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