Nel Pacifico un continente di plastica?

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di Tiziana Cappetti
Era il 1988 quando alcuni ricercatori con base in Alaska, svolgendo alcuni studi sull’aggregazione di materiali plastici avvistati nell’Oceano Pacifico, scoprirono l’esistenza di una grande chiazza formata da immondizia, chiamata in seguito “Great Pacific Waste Patch”. Scattarono subito le indagini che confermarono la presenza di una vera e propria isola fatta di materiali plastici non biodegradabili, accumulatosi al centro di un vortice subtropicale nel Nord Pacifico appunto.

Il grande problema è che la plastica, fotodegradandosi, si spezzetta in pezzetti piccolissimi, ma non si distrugge. Questo processo fa si che le particelle galleggianti, oltre a produrre inquinamento, vengono scambiate per zooplancton e mangiate specialmente dalle meduse, entrando così nella catena alimentare.

Oggi, a distanza di più di 20 anni dalla scoperta, l’inquietante isola è cresciuta fino a raggiungere un’estensione pari agli interi Stati Uniti. Sembra impossibile ma è proprio così…per immaginarla non dobbiamo pensare ad un’isola vera e propria, ma ad una densità simile a quella di un cucchiaio di confetti sparsi in un campo di calcio.

E se l’Oceano Pacifico vi sembra comunque troppo lontano, lo stesso problema con molte aggravanti lo ritroviamo nel nostro Mare Mediterraneo dove i rifiuti plastici sono altrettanto presenti e, secondo stime non certo incoraggianti, superano per concentrazione ‘le isole di plastica’ di cui abbiamo appena parlato. Nella porzione di mare compresa tra Italia, Francia e Spagna galleggiano senza controllo circa 500 tonellate di rifiuti plastici: soltanto intorno all’Isola d’Elba sono stati trovati in media 892 mila frammenti di materiale plastico per chilometro quadrato, contro una media europea di 115 mila.

L’Arpa (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente) Toscana conferma infatti che in un’ora di pesca con reti a strascico sono stati raccolti 4 kg di rifiuti, di cui il 73% di materiale plastico.
Da questo studio emerge che nel Tirreno i traghetti che fanno la spola tra la terra ferma e le isole, sono tra i principali responsabili di questo vero e proprio tappeto di rifiuti.
Le conseguenze di tale disastro sono quindi sotto gli occhi di tutti ma peggio di noi umani stanno i mammiferi marini e le tartarughe che confondono i sacchetti di plastica per meduse e , cibandosene, ne provocano la morte per soffocamento. Anche gli uccelli marini ingoiano facilmente rifiuti plastici e i decessi si contano tra i 700 mila e un milione di esemplari l’anno
Scienziati e Oceanografi sono tutti d’accordo che il passo essenziale da fare è quello di abbandonare definitivamente, in tutto il mondo, i sacchetti di plastica usa e getta.Si prevede che se non si ridurrà il consumo dei sacchetti, nei prossimi 10 anni, la massa galleggiante potrebbe addirittura raddoppiare. In Italia siamo ancora molto indietro in tema di iniziative ambientali, ma abbiamo comunque fatto un passo impostantissimo e siamo certi che molti ci seguiranno: abbiamo messo al bando i saccheti di plastica. Possiamo fare di più!


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