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Energie rinnovabili: non è solo un problema ecologico

 

La voce circolata nei giorni scorsi di un’intenzione del governo di tagliare gli incentivi al fotovoltaico e ad altre fonti di energia rinnovabili, intenzione peraltro contestata dallo stesso ministro dell’ambiente Clini,  suscita giustamente la preoccupata reazione degli ambientalisti. Scoraggiare una crescita in questo settore, che solo recentemente ha fatto registrare notevoli progressi,  non servirebbe oltretutto a ridurre significativamente la nostra “bolletta energetica”, che solo per un dieci per cento dipende dal costo delle rinnovabili, e neppure ad attrarre nuovi investitori. Ma non è solo un problema ecologico.

La vera crisi economica della quale non ci siamo accorti – ci ha spiegato  Jeremy Rifkin nel suo libro più recente sulla “terza rivoluzione industriale” – non risale all’ottobre del 2008, quando crollarono i mercati finanziari. Quella fu solo “una scossa di assestamento”. Il vero terremoto economico ci fu invece nel luglio, due mesi prima, quando il prezzo del petrolio nei mercati mondiali raggiunse il massimo storico di 147 dollari al barile (appena sette anni prima si cambiava a meno di 24 dollari al barile).

“Benché la gran parte del mondo non ne sia ancora consapevole – scrive Rifkin – è chiaro che abbiamo raggiunto il limite estremo della possibile estensione della crescita economica globale nell’ambito di un sistema economico profondamente dipendente dal petrolio e dagli altri combustibili fossili”.

Anche se allora si trattò di una bolla speculativa che si sgonfiò rapidamente con il crollo della domanda dopo l’estate del 2008 (un crollo di cento dollari in poche settimane per via della crisi economico-finanziaria globale e della Grande Recessione scoppiata in America con i mutui subprime), tra la fine del 2009 e il primo trimestre 2010 il prezzo del greggio e’ salito di nuovo verso quota $80 al barile, dove si e’ attestato in pratica per tutto il 2010. E nonostante che il mondo occidentale cerchi ancora di uscire dalla Grande Recessione, oggi il prezzo del greggio continua a salire al di sopra dei cento dollari al barile.

Nel gennaio 2011 anche la IEA (International Energy Agency) ha espresso pubblicamente la sua preoccupazione dichiarando che “il costo delle importazioni di petrolio sta diventando una minaccia per la ripresa mondiale”. Preoccupazione tanto più fondata in quanto, osserva Rifkin,  una crescente domanda di petrolio su riserve di greggio in progressiva diminuzione si somma alla crescente instabilità politica del medio oriente. “Questo non significa – scrive il noto economista americano – che il rubinetto del petrolio si chiuderà domani: il petrolio continuerà a fluire, ma a un ritmo sempre più blando e a costi sempre più elevati”.

Nonostante la crisi, invece, il comparto delle energie rinnovabili è uno dei pochi in continuo sviluppo ed è  finanziariamente più stabile del petrolio e del gas. Ha senso in tale contesto avanzare ipotesi di riduzione degli incentivi, come, secondo la voce di cui sopra, farebbero il ministro Passera e la nostra Autorità dell’Energia? Anche se  un governo di “tecnici”, concentrato com’è sulla necessità di aggiustare il bilancio, fosse meno sensibile al problema dell’inquinamento da CO2 e all’urgenza di evitare il disastro ecologico prodotto dal riscaldamento terrestre, non potrebbe negare l’attenzione dovuta alle analisi di mercato. E queste dicono che, contrariamente a quanto suggerito da alcune società elettriche e comprensibilmente dai petrolieri, lo scarto attuale tra il prezzo dell’energia convenzionale e quello delle rinnovabili è destinato a ridursi man mano che aumenterà la competitività di queste ultime.

In uno studio presentato martedì scorso a Milano, l’Istituto Althesys ha calcolato un saldo positivo tra costi e benefici da qui al 2030. Considerando il costo degli incentivi e delle carenze infrastrutturali da un lato e misurando dall’altro i benefici sull’occupazione, sulla riduzione delle emissioni inquinanti e del rischio di approvvigionamento energetico (sole,vento, acqua e biomasse li abbiamo in casa), il saldo a favore dell’uso delle energie rinnovabili varrà tra i 21,8 e i 37,7 miliardi di euro. Per un governo che proclama ogni giorno di voler guardare al futuro, dovrebbe bastare.

www.nandocan.it

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