Gli indios… Ma quanti saranno mai! Può cominciare ancora da una loro evocazione (consunto buonismo antropologico-culturale?) uno sguardo sull’ormai vicinissimo ballottaggio presidenziale in Brasile (Lula o Flavio, al volante d’un PIL di 2,64 trilioni di usd)? La questione investe le sorti dell’America e dei BRICS (Cina, India, Russia, etc: miliardi di persone), del Mercosur e dei commerci con l’Europa, insieme a quelle di 213 milioni di brasiliani, 159 dei quali chiamati a votare (oltre il 20 per cento, però, al primo turno sono rimasti a casa; ma domenica 25 il governo li scongiura di andare alle urne). Nel paese “più cattolico del mondo” in cui da anni dilagano gli evangelici che presto passeranno in testa, la grande corruzione (banche e grattacieli) non si ferma e il caro-vita neppure, sebbene i grandi numeri dell’economia si presentano buoni e all’ora dei pasti nessuno resta a bocca asciutta. Intanto al Congresso Lula -rallegrato dalle centomila persone portate in piazza a San Paolo-, propone e ottiene la rottamazione di tasse arretrate e la riduzione a 5 giorni dell’orario di lavoro. Pregiudizialmente contraria, finisce per votare a favore anche l’opposizione di Bolsonaro, nella speranza di prendersi la sua parte di riconoscenza degli elettori. Cosa c’entrano gli indios?
Se lo domandano le grandi imprese minerarie dalla Borsa di San Paolo a quella di Wall Street e tutti i devoti del fracking, i grandi allevatori mai stanchi di premere in ogni modo per ampliare lo sfruttamento delle grandi foreste (“Si sciolgono i ghiacci polari… ci faremo il gelato!”, ha liquidato la questione uno di loro). E intanto spingono avanti il bestiame: immense mandrie di bufali, cavalli, buoi che tutto calpestano e distruggono. I garimpeiros, che in Amazzonia gli indios li ammazzano spesso con le proprie mani, invece, non si pongono interrogativi. Hanno scarsi scrupoli: privilegiano l’azione, anche per conto terzi. La settimana scorsa, nel Parà, al limite del Mato Grosso, lungo il corso dell’impetuoso rio Xingù, hanno compiuto scorrerie notturne e appiccato incendi nella zona abitata da un migliaio di famiglie parakana’ che raccolgono frutti spontanei, coltivano e allevano per la loro sussistenza. Vi si sono reinstallate 4 anni fa, protette da reparti scelti dell’esercito e della polizia di frontiera, in attuazione di una sentenza giudiziaria che ha riconosciuto il loro diritto ancestrale alle terre e ai villaggi da cui erano stati cacciati a viva forza. Il ritorno dei nativi aveva arrestato la deforestazione. La possibile vittoria elettorale d’un Bolsonaro li minaccia nuovamente.
Del Brasile si dice che sia non un paese ma un continente, la sua ampiezza e diversità geografica equivalgono quelle etnica e meteorologica; la frastagliata urbanizzazione (basti pensare a come fratturano le città quelle trame labirintiche universalmente note come favelas) mostra il medesimo gigantismo della sua natura: non può sorprendere che vi convivano le più varie situazioni, contraddizioni e conflitti. Non tutti sanguinosi -ovviamente-, pur se quasi sempre complessi e spinosi. A livello cultural-psicologico accade con la religiosità, così diffusa come disintegrata nella pratica quotidiana delle innumerevoli fedi trascendenti: dalle cosmologie indigene e di origine africana al sincretismo Umbanda e Candombe, al cristianesimo cattolico e popolare: una naturale tolleranza è l’elemento che ne permette la convivenza. C’è, però, intenzionalmente o no (sta di fatto che il processo di penetrazione origina dagli Stati Uniti negli anni Sessanta del secolo scorso), che ad aver assunto un’aperta valenza politica tanto più manifesta in un momento elettorale nazionale di fortissima contrapposizione, sono le chiese evangeliche, ormai da lunghissimo tempo in continua e progressiva espansione. In larga maggioranza favorevoli alla destra bolsonarista.
Gli evangelici rafforzano l’individualismo predicato dai protestanti. Preghiera comune ma salvezza personale, è il loro credo. E poiché mangiare, bere e rinfrancarsi è consigliato anche dal Vangelo (Corintio), tra una preghiera e l’altra sono sorti fast-food, alberghi, perfino sex-shops dedicati. Il 47 per cento degli evangelici brasiliani orienta i propri acquisti verso fornitori affini alla propria confessione (Reis, ISER). Un uso strumentale della religione -osservano numerosi sociologi- torna comodo per trasferire alla politica simboli e miti che poi le facilitano la sua stessa conversione in fede (e addio democrazia). Dunque una ragionata fuoriuscita dalla razionalità costruita sulla vita materiale e dal senso comune che ne consegue (“Il senso comune è il meno comune dei sensi”, riassumeva in una battuta un celebre comico argentino). Dal Concilio Vaticano II (1962-65), patrocinato da Giovanni XXIII, papa Roncalli, il cattolicesimo non offre altrettante possibilità di venire utilizzato dal revanscismo conservatore. E neppure dall’affarismo più spregiudicato, come rivelano anche gli ultimi scandali finanziari che non l’hanno neppure sfiorato, coinvolgendo invece note personalità evangeliche. Potrebbero spiegarsi così le lente ma costanti inversioni in atto nelle maggiori tendenze religiose del Brasile.
Lula, con lo spirito pragmatico che lo distingue, non poteva non tener conto di un fronte avversario tanto svariato ma comunque riunito e ha imbastito una coalizione che scavalca anche il concetto di “campo largo”: 7 partiti che sterzando un po’ di qui e un po’ di là collegano la sinistra di Socialismo e Libertà (PSOL), laica e classista, al centro-destra che fa riferimento a Geraldo Alckimin, verso la cui ala moderata sembra inclinarsi l’equilibrio dell’alleanza. L’attuale vicecapo di stato, medico e professore universitario, in realtà rappresenta perfettamente il classico uomo di potere. Inesausto mediatore, capace di mantenere la fiducia di un buon pezzo degli imprenditori di San Paolo (è stato per ben 4 mandati governatore dello stato più industrializzato del paese in nome del partito socialdemocratico, PSDB), senza perdere almeno in parte (egli spera) quelli di settori della piccola e media borghesia e soprattutto della Igreja Universal del Reino de Dios, che nella città non più governata da Alckimin ha fatto costruire il maggior tempio evangelico dell’America Latina (100mila metri quadrati, capaci di riunire fino a 10 mila fedeli), copia conforme del colosso voluto dal re Salomone sul monte Moriah, a Gerusalemme. Contro l’incertezza dei sondaggi ci sono la volontà di Lula e le speranze degli indios.
