Cosa rimane, dunque, di Anna Politkovskaja a vent’anni dal suo assassinio? Cosa resta dei suoi ideali, dei suoi articoli scritti per la Novaya Gazeta, dei suoi libri, delle sue previsioni, quasi tutte veritiere, del suo afflato politico e civile e della sua strenua battaglia contro il regime putiniano? Ma soprattutto, cosa resta di noi occidentali, che all’epoca restammo indifferenti, almeno in gran parte, perché contavano di più gli affari, gli interessi e i buoni rapporti con il Cremlino mentre oggi, con la stessa ipocrisia, accusiamo di putinismo e intelligenza col nemico chiunque si sforzi di parlare di pace?
Possiamo dire, con profonda sofferenza, che Anna sia stata uccisa almeno due volte: la prima a Mosca, il 7 ottobre 2006, in occasione del cinquantaquattresimo compleanno dello zar tuttora al comando, e la seconda nei due decenni successivi, quando l’abbiamo elevata a simbolo, poi a martire e infine a bandiera propagandistica per dare addosso a chiunque osasse parlare di convivenza fra i popoli, distinguendo i russi dal loro despota, dimenticandoci, non certo per caso, che Politkovskaja era innanzitutto una straordinaria donna della pace e del dialogo. Non a caso, cercò di confrontarsi persino con i terroristi ceceni che avevano preso centinaia di persone in ostaggio al teatro Dubrovka di Mosca, poi liberato con un bagno di sangue, al pari della scuola di Beslan l’anno successivo. Non a caso, aveva iniziato a svolgere il suo prezioso lavoro negli anni della Perestrojka e della Glasnost, ai tempi di Gorbačëv e del processo di riforme e aperture che venne brutalmente azzerato prima dall’incompetenza di El’cin e poi dal dispotismo di Putin. Non a caso, ad ammirarla davvero sono coloro che la leggevano e parlavano di lei anche quando farlo era impopolare, per i motivi che abbiamo elencato all’inizio; i laudatores odierni, al contrario, sono per lo più gli indifferenti di ieri che oggi, invece, vorrebbero impedire a chiunque abbia il passaporto russo di suonare, dirigere un’orchestra o partecipare a un qualsivoglia evento culturale. Berlusconiani quando Berlusconi era il dominus d’Italia (e ce ne sono anche a sinistra), bellicisti oggi e domani chissà!
Noi di Articolo 21, nel nostro piccolo, accendiamo un lumino, portiamo un fiore in suo ricordo e, aspetto più importante di ogni altro, proseguiamo la sua opera di denuncia e, al tempo stesso, di incontro, di confronto e di analisi della società russa, tentando di scongiurare, come possiamo, gli scenari più foschi, con l’auspicio che non sia troppo tardi.
Quando Putin veniva accolto con tutti gli onori nei nostri parlamenti, ricevuto al G8 di Genova col tappeto rosso, omaggiato alla Casa Bianca e al Bundestag e trascorreva le vacanze a Villa Certosa in compagnia dell’amico Silvio, noi all’epoca sostenevamo che dietro il putinismo di facciata ci fosse una miriade di orrori e che l’apparente apertura dello zar nei confronti dell’Unione Europea dovesse essere valutata con attenzione, chiedendo in cambio una radicale svolta democratica, mai verificatasi a quelle latitudini. Oggi che non si può più nemmeno leggere Tolstoj o Dostoevskij senza incappare nei moderni censori, ricordiamo Anna con l’affetto di sempre e la consapevolezza che sia diventata, suo malgrado, ciò che mai sarebbe voluta diventare: un santino nelle mani sbagliate. Ecco, se c’è un aspetto su cui l’Occidente dovrebbe interrogarsi è il suo doppiopesismo e la sua continua valutazione di comodo, per cui gli amici di ieri sono i nemici di oggi e viceversa, a seconda della convenienza del momento. Peccato che così non possa esserci democrazia, non possa esserci sviluppo, non possa esserci dignità e non possa esserci il ricordo di una cronista che aveva fatto della schiena dritta la propria ragione di esistere.
Almeno noi, cara Anna, ti ricordiamo per com’eri veramente: una donna libera, coraggiosa e, a tratti, addirittura profetica, inascoltata ieri e strumentalizzata oggi dagli opportunisti di sempre.
