Venti anni fa i sicari del regime assassinavano, sotto casa, la giornalista Anna Politkovskaja, la più odiata da Putin.
Senza mai farsi intimidire aveva denunciato le atrocità commesse durante la guerra di cecenia, la corruzione, la svendita a quattro rubli al chilo delle imprese pubbliche alla mafia degli oligarchi, la progressiva fine della democrazia, l’eliminazione fisica degli oppositori.
Per le sue inchieste era finita nel mirino di Putin, l’autocrate che ha incarnato e incarna il peggio dello zarismo e dello stalinismo.
Quando Anna fu assassinata ci furono grandi imbarazzi tra quanti, Berlusconi in testa, frequentavano il suo “lettone” e siglavano lucrosi accordi economici.
Le poche manifestazioni sotto l’ambasciata russa a Roma e il consolato a Milano furono promosse dalla associazione Anna viva, da qualche istituzione e associazione dei giornalisti, da Articolo 21 alla lombarda, sindacato dei giornalisti. Persino molti di quelli che oggi distribuiscono le pagelle sulla Ucraina e bacchettano “pacifisti e pacifinti” non trovarono il tempo per reclamare verità e giustizia per Anna e le altre vittime del regime.
Il profumo dei soldi non consentiva di alzare la voce.
Noi, invece, dopo venti anni, non abbiamo smesso di sostenere chi si oppone in Russia, chi reclama il nome del mandante, chi sta sempre dalla parte degli oppressi, sempre, comunque, dovunque.
