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Da Parigi il chiaro messaggio di Papa Leone: non basta che la Chiesa rinasca se non rinasce il Vangelo

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Le parole di papa Leone XIV, pronunciate lunedì scorso durante il volo di ritorno dalla Francia, offrono motivi per una riflessione che non possiamo eludere.

Il Papa ha ricordato come, per anni, si sia parlato della Chiesa francese come di una realtà in declino, quasi destinata a un progressivo esaurimento. Eppure, quanto accaduto negli ultimi giorni sembra indicare che anche là dove tutto appare consumato possono germogliare nuove possibilità. La Chiesa può sembrare morire, perdere consistenza numerica, rilevanza sociale e capacità di incidere nella vita delle persone, ma non per questo è condannata a scomparire.

È una speranza che riguarda anche la Germania e, più ampiamente, le Chiese europee. Una speranza che non nasce dalla nostalgia di un cristianesimo socialmente egemone, come lo è stato nell’era costantiniana, ma dalla convinzione che il Vangelo continui a custodire una forza generativa, capace di raggiungere donne e uomini di ogni tempo.

Tuttavia, proprio qui si apre una domanda fondamentale: quando parliamo di ritorno della fede, di quale fede stiamo parlando?

Della fede in Gesù di Nazareth, nella «Buona Notizia» che ha portato, nelle Beatitudini che ha annunciato, nella sua scelta di stare dalla parte degli ultimi, dei poveri, degli esclusi, degli stranieri, delle persone considerate impure e indesiderabili? Oppure di una religiosità che cerca nel cristianesimo soprattutto un’identità da difendere, un’appartenenza da contrapporre agli altri, una tradizione da utilizzare come strumento di riconoscimento culturale e di mobilitazione politica?

La distinzione non è secondaria. È una questione di fedeltà.

Le parole di Leone XIV sulla possibile relazione tra la crescita di gruppi di estrema destra e una particolare interpretazione della religione intercettano un grave corto circuito del nostro tempo. Esiste una forma di religiosità che si appropria dei simboli cristiani, invoca Dio, esibisce croci, ma contemporaneamente alimenta paura, ostilità, divisione, esclusione e disprezzo verso chi è diverso e fragile. Una forma di religiosità che richiama ossessivamente le radici cristiane dell’Europa, dimentica, però, che, secondo le parole del Maestro, la bontà dell’albero si riconosce dai frutti, non dalle radici.

È una religiosità che può apparire forte, identitaria, persino capace di mobilitare masse, ma che rischia di essere radicalmente distante dal Vangelo dell’umanissimo Gesù di Nazareth. Come ha affermato lo stesso Papa, richiamando anche le posizioni dei responsabili delle Chiese cattolica e protestante in Germania, una simile visione religiosa «non rappresenta un’autentica espressione del cristianesimo».

Gesù, infatti, non ha costruito la propria missione sulla contrapposizione tra un’identità da preservare e un nemico da combattere. Non ha indicato nella forza, nella supremazia o nella difesa dei privilegi la strada per realizzare il Regno di Dio. Ha attraversato e abitato i confini, abbattuto barriere, restituito dignità a chi ne era privato, facendo della prossimità agli ultimi il criterio concreto dell’amore di Dio.

La mentalità politica dell’estrema destra, là dove si esprime nella celebrazione della prepotenza, nel nazionalismo escludente (tanto escludente che finisce per tutelare pochi privilegiati anche tra i connazionali), nella negazione della dignità dello straniero, nella costruzione del nemico, nella subordinazione dei diritti alla forza e nella divisione della società tra persone meritevoli e persone da respingere, non trova alcuna legittimazione nel Vangelo. Non si tratta di una diversa interpretazione, ugualmente possibile, del messaggio cristiano: è una contraddizione dei suoi fondamenti.

Non possiamo dimenticare che il Gesù del Vangelo è colui che ha detto: «Ero straniero e mi avete accolto». Non ha detto: ero straniero e avete difeso la vostra identità da me. E, raccontando la parabola del buon Samaritano, ha indicato come prossimo proprio colui che le appartenenze religiose e culturali del tempo avrebbero potuto considerare estraneo, persino impuro.

È importante, allora, raccogliere un altro passaggio delle parole del Papa: il richiamo alla Dottrina sociale della Chiesa e alla responsabilità di parlare, insegnare e testimoniare valori che generano vita anziché distruzione, che costruiscono comprensione, compassione e accompagnamento anziché odio e divisione.

La Chiesa ha una responsabilità pubblica: non quella di indicare un’appartenenza partitica, ma di formare coscienze libere, capaci di riconoscere il bene comune, di partecipare responsabilmente alla vita democratica e di non lasciarsi sedurre da proposte che sacrificano la dignità di alcuni per promettere sicurezza o grandezza ad altri.

Per questo, l’ottimismo di Leone XIV sulla possibilità di una rinascita ecclesiale non dovrebbe essere interpretato come un semplice auspicio di “ritorno alle chiese” o di “recupero dei numeri”. La vera questione è quale testimonianza saprà offrire la comunità cristiana.

Una Chiesa che torna a essere significativa non sarà necessariamente quella che recupera il consenso perduto o i grandi numeri, ma forse quella delle piccole comunità, apparentemente insignificanti secondo la logica del potere, che ritrovano il coraggio della profezia: denunciare la prepotenza, non tacere davanti all’ingiustizia, accogliere chi viene respinto, stare accanto a chi non ha voce e riconoscere in ogni persona, indipendentemente dalla provenienza, dalla religione e dalla condizione sociale, un fratello o una sorella.

Forse è proprio questa la speranza più grande: che la Chiesa possa rinascere non tornando a occupare il centro della società, ma tornando a essere fedele a colui che ha scelto di stare ai margini.

Perché non basta che torni la religione. Non basta che si torni a parlare di Dio, di cristianesimo e di radici cristiane. È necessario che torni a parlare, attraverso la vita dei cristiani, il Vangelo di Gesù di Nazareth.

E se una nuova stagione di fede dovrà aprirsi in Europa, il suo segno non sarà la paura di perdere la propria identità, ma la gioia di riconoscere nell’altro, soprattutto nel più fragile e nel più lontano, il volto di un fratello. Fratelli tutti.


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