Il loro valore affettivo non ha prezzo. Quello economico, invece, sì: secondo Assindatcolf l’aiuto dei nonni può far risparmiare a una famiglia oltre 12.500 euro l’anno. Un dato che racconta molto più della generosità intergenerazionale: racconta la fragilità del welfare familiare e il costo, spesso invisibile, della cura.
Ci sono cifre che sembrano parlare di denaro e invece raccontano una società intera. Quella dei nonni, per esempio: 12.518,85 euro l’anno. È quanto può arrivare a costare a una famiglia sostituire con una babysitter il lavoro di cura che, in moltissimi casi, viene svolto gratuitamente da nonne e nonni. Il calcolo arriva da Assindatcolf, l’Associazione nazionale dei datori di lavoro domestico, in occasione della Festa dei Nonni del 2 ottobre. L’ipotesi è quella ordinaria di due genitori che lavorano e che hanno bisogno di qualcuno che si occupi dei figli nelle ore del doposcuola. Venticinque ore alla settimana: accompagnare i bambini, andarli a prendere, portarli a sport, seguirli nei pomeriggi mentre il lavoro degli adulti non è ancora finito.
Se a farlo è una lavoratrice domestica assunta regolarmente come babysitter, al livello Bs, la retribuzione minima oraria prevista per il 2026 è di 7,45 euro, cui può aggiungersi un’indennità nel caso di bambini sotto i sei anni. Considerando anche contributi, ferie, tredicesima e Tfr, il costo complessivo per la famiglia arriva a 1.110,49 euro al mese, quasi 13 mila euro l’anno.
Se invece a prendere i bambini a scuola è la nonna, a portarli a calcio è il nonno, a preparare la merenda e a tenere in piedi il pomeriggio sono loro, quella cifra semplicemente scompare dal bilancio familiare.
Ma non scompare il lavoro. Ed è proprio qui che il dato economico diventa interessante. Perché tradurre in euro l’aiuto dei nonni non significa certo mercificare l’affetto. Significa, semmai, rendere visibile un pezzo di economia della cura che normalmente non compare nei conti. Un lavoro senza busta paga, senza contributi, senza ferie e senza Tfr, ma indispensabile perché il resto dell’organizzazione sociale possa funzionare.
I nonni sono spesso il welfare che arriva puntuale quando la scuola finisce alle quattro e il lavoro alle sei. Sono il ponte tra gli orari incompatibili della vita contemporanea. Sono quelli che coprono il buco tra il tempo della scuola e quello dell’ufficio, tra un turno e un altro, tra una riunione e una visita pediatrica. E molto spesso sono loro a rendere concretamente possibile quella che chiamiamo, con una certa leggerezza, conciliazione tra vita e lavoro.
Il problema è che questo welfare non è universale: non tutte le famiglie hanno nonni disponibili. Possono abitare lontano, essere ancora al lavoro, avere problemi di salute, occuparsi a loro volta di altri familiari. Oppure, semplicemente, possono non esserci più. E quando la rete familiare viene meno, il costo della cura emerge in tutta la sua concretezza.
«Non tutti hanno la fortuna di avere i nonni vicino», osserva Andrea Zini, presidente di Assindatcolf, sottolineando come quei 12.500 euro annui non siano una spesa sostenibile per tutte le famiglie. E aggiunge un punto decisivo: quando il sostegno familiare non c’è, «a farne le spese sono spesso le donne».
È forse questo il dato più importante nascosto dietro la cifra. Perché il lavoro di cura non scompare quando non ci sono i nonni: cambia semplicemente destinatario. E in una società nella quale i servizi sono insufficienti o troppo costosi, il rischio è che a colmare il vuoto siano ancora una volta le donne. Riducendo l’orario di lavoro, scegliendo il part-time, rinunciando a opportunità professionali, rinviando o abbandonando un impiego. Oppure assumendo sulle proprie spalle quella seconda giornata di lavoro domestico e familiare che non entra in nessun cedolino.
Così, dietro i 12.518,85 euro risparmiati da una famiglia grazie ai nonni, si intravede anche il costo sociale di un welfare che continua a poggiare in larga misura sulla disponibilità privata delle famiglie.
Il paradosso è evidente: celebriamo i nonni come una risorsa preziosa, ma rischiamo di trasformare la loro disponibilità in una condizione strutturale del funzionamento delle famiglie. E quando quella disponibilità viene meno, la cura torna a essere un problema individuale.
«La famiglia non può continuare a essere il primo e unico ammortizzatore sociale», sostiene Zini, chiedendo politiche di conciliazione e strumenti di sostegno alla cura realmente accessibili.
È una questione che va oltre la Festa dei Nonni. Perché una società che considera normale affidare gratuitamente alle generazioni anziane una parte consistente della cura dei bambini dovrebbe almeno interrogarsi su cosa accade quando quella rete non regge più.
Il punto, allora, non è quanto valgano i nonni ma quanto vale, per una società, il lavoro di cura.
E se davvero vogliamo misurarlo, forse dovremmo cominciare proprio da ciò che non compare nelle statistiche: le ore passate ad aspettare fuori da scuola, gli accompagnamenti, i pasti preparati, i compiti controllati, le emergenze risolte, i pomeriggi coperti. Tutto quel lavoro che consente ad altri lavori di essere svolti.
I nonni continueranno probabilmente a farlo per amore. Ma una democrazia sociale non può costruire il proprio equilibrio sulla disponibilità all’amore di qualcuno. Perché quando il welfare ha bisogno dei nonni per funzionare, il problema non sono i nonni. È il welfare.
