L’enorme massa dei brasiliani (214 milioni di abitanti, 159 dei quali con diritto al voto, in maggioranza donne) ha superato la crisi del Covid e vive meglio della media dei latinoamericani, ma a credito. In famiglia almeno lui ha un lavoro retribuito e spesso anche lei mette assieme un reddito. Sono però puntualmente indebitati. Così come e spesso di più dei meno abbienti, che sussistono con l’indispensabile buono viveri mensile. Occupazione e consumi reggono o migliorano, ma faticano comunque a tener dietro all’aumento dei prezzi solo illusoriamente ritardato dalle ormai diffusissime carte di credito (ci sono nuclei familiari in cui ciascun membro ne ha 4 o 5, per sommare un credito maggiore). Il tasso d’interesse non scende sotto il 12 per cento. La bancarizzazione indiscriminata si converte in un fattore inflazionistico. “Nessuno farà meglio di me”, afferma il presidente Lula promettendo a tutti qualcosa, tranne che al sistema elettronico che gestisce il gioco d’azzardo, divenuto per abitudine o per disperazione un vizio nazionale. E da qualche giorno convertito in reato, poiché Lula ritiene che stesse divorando la tasca e la testa dei brasiliani.
Ecco detto in termini semplificati e concreti su cosa voteranno domenica prossima i brasiliani, chiamati a scegliere il nuovo capo dello stato e del governo tra i soli due candidati realmente in competizione: Ignacio Lula Da Silva, 80 anni, deciso ad essere rieletto per la quarta volta grazie al sostegno d’un campo allargato fino a forze minori conservatrici; e Flavio Bolsonaro, 45, senatore, primogenito dell’ex presidente Jair, privato dei diritti politici e detenuto ai “domiciliari” per tentato colpo di stato. Il suo divorzio dalla moglie Cristina ha messo uno contro l’altro i membri della famiglia, ma tutti e anche la seconda moglie, Michelle, hanno finito per lasciare il cattolicesimo per qualche chiesa evangelica e militano nella destra liberal-bolsonarista (come viene chiamata comunemente). E quanto a promettere, non hanno il benchè minimo timore di strafare. Spiegazioni sul come sarà possibile fare questo, quello e il loro contrario non ne vengono date. Neppure alla magistratura inquirente che indaga sui conti della famiglia. Men che meno a chi li accusa (Renan Santos, uno dei candidati) dati alla mano, di ricevere finanziamenti occulti dalla Rockbridge Network di J.D.Vance, Peter Thiel e altri miliardari di Silicon Valley. L’importante è vincere, poi si vedrà.
E’ possibile avere un’idea, a questo punto, dei motivi per cui il risultato della consultazione che la maggior parte dei pronostici vede leggermente favorevole a Lula nel primo turno, ma sostanzialmente alla pari nell’eventuale ballottaggio, appaia più incerto che mai. La società brasiliana è un ibrido molto vitale e creativo, ma altrettanto mutevole. Dettata dal bisogno, l’immediatezza è un sentimento ampiamente condiviso. Una parte rilevante degli elettori sembra rassegnata alla corruzione che corrode il paese fin dall’epoca coloniale. Il fatalismo è del resto un carattere delle grandi masse ovunque e da sempre. Sono le leaderships politiche, le loro capacità di istruirle e organizzarne la mobilitazione, che devono riscattarne la passività storica. Non sempre ci riescono. Mentre le eccezionalmente drammatiche circostanze internazionali che ne fanno lo sfondo, caricano queste elezioni brasiliane d’un significato ben più profondo di quello delle immediate precedenti: ad apparire a rischio, questa volta, sono i meccanismi stessi della democrazia. Il rischio Brasile ha dimensioni che si riverberano sull’intero continente americano.
