Pordenone, Corso Vittorio, 1921. Tranquillo Moras, un giovane antifascista di Torre, viene circondato e massacrato da una spedizione punitiva fascista. È uno dei primi fatti di sangue dello squadrismo in regione, il prologo violento di ciò che di lì a poco travolgerà l’Italia intera. Oltre un secolo dopo, quella ferita storica e la necessità di ricordare tornano a far paura. O, più semplicemente, a dare fastidio. L’amministrazione comunale di Pordenone ha infatti rifiutato la richiesta di apporre una targa commemorativa nel luogo dell’agguato. La motivazione fornita dall’assessore Walter De Bortoli rappresenta un capolavoro di retorica revisionista: la targa sarebbe “divisiva” e rievocare atti di violenza del passato potrebbe “turbare i cittadini, in particolare i più giovani”. Siamo di fronte al consueto alibi della pacificazione d’accatto. Quando la storia chiama a fare i conti con i delitti del fascismo, la memoria viene subito archiviata come un ingombro da nascondere sotto il tappeto. Si invoca la tutela della sensibilità dei giovani, dimenticando che la nostra Costituzione e la nostra libertà nascono proprio dalla consapevolezza di quella violenza e dal rifiuto viscerale dello squadrismo. Educare le nuove generazioni non significa somministrare loro un’oppiacea amnesia collettiva, ma fornire gli strumenti critici per comprendere da dove veniamo e per riconoscere ogni abuso di potere. A rendere l’episodio ancora più grottesco è l’imbarazzante doppia misura applicata dalla giunta. La stessa amministrazione che ritiene “turbante” la targa per Moras mantiene ed esalta in biblioteca la targa dedicata a Norma Cossetto, vittima dei partigiani titini, il cui testo descrive con dovizia di particolari le sevizie subite. In quel caso la narrazione della violenza non turba la quiete dei più piccoli? Lì il ricordo non è divisivo? Rifiutare il tributo a Tranquillo Moras non è un atto di tutela della concordia cittadina, ma un preciso travisamento politico della storia. La memoria non è un menu a buffet da cui selezionare solo i martiri graditi alla maggioranza di turno: ricordare chi ha pagato con la vita l’odio squadrista è un dovere repubblicano a cui nessuna istituzione dovrebbe potersi sottrarre.
