Viviamo in un’epoca che celebra la conoscenza come la principale risorsa del futuro e, nello stesso tempo, ne mette continuamente in discussione le condizioni di esistenza. Mai come oggi il sapere è stato considerato un fattore decisivo di sviluppo economico, innovazione e competitività; eppure mai come oggi la produzione della conoscenza sembra essere sottoposta alla pressione dell’urgenza, della misurazione permanente, della logica del risultato immediato.
È dentro questa contraddizione che si colloca C’è sempre tempo per arrivare tardi. Il capitale immateriale dimenticato, il volume curato da Mario Alì e Paolo De Nardis per Laterza, una riflessione ampia e necessaria sul valore di ciò che non è immediatamente visibile ma che costituisce una delle infrastrutture fondamentali delle società contemporanee: il sapere.
Il capitale immateriale comprende conoscenze, competenze, capacità creative, ricerca, innovazione, patrimonio culturale e relazionale. È ciò che consente alle comunità di trasformare l’esperienza in progetto, l’intelligenza in possibilità, l’immaginazione in futuro. Ma il libro invita a non assumere questa definizione in modo neutrale. Perché il sapere non è una sostanza astratta né un bene naturalmente disponibile: nasce dentro rapporti sociali, istituzioni, economie, conflitti e scelte politiche.
La domanda decisiva non è soltanto quanto valore economico produca la conoscenza, ma chi produce conoscenza, chi ne stabilisce le priorità, chi può accedervi e quali forme di sapere vengono riconosciute come importanti.
Nella società contemporanea la conoscenza è diventata una forza produttiva. L’intelligenza, la creatività, la ricerca scientifica non sono più elementi marginali del sistema economico, ma costituiscono una parte centrale della generazione di valore. Una trasformazione che già Marx aveva intuito quando individuava nella conoscenza sociale un elemento crescente della produzione, ma che oggi assume una dimensione nuova: il sapere stesso diventa oggetto di valorizzazione.
Ed è proprio qui che emerge il nodo critico. Se tutto ciò che produce valore deve essere immediatamente traducibile in rendimento, anche la conoscenza rischia di essere catturata dalla grammatica della merce. La ricerca deve dimostrare la propria utilità, l’università la propria efficienza, il ricercatore la propria produttività. Persino il tempo lento della riflessione – il tempo necessario per dubitare, esplorare, sbagliare, cambiare prospettiva – viene percepito come una sottrazione alla produttività.
Ma la conoscenza autentica ha bisogno anche di tempi improduttivi. La storia della scienza e della cultura dimostra che molte delle trasformazioni più profonde sono nate da domande senza una risposta immediata, da percorsi apparentemente incerti, da intuizioni che non potevano essere misurate nel momento stesso in cui prendevano forma.
È questa una delle grandi questioni affrontate dal volume: una società avanzata non è quella che finanzia soltanto ciò che promette un ritorno rapido, ma quella capace di investire nell’incertezza. Perché la ricerca fondamentale rappresenta uno spazio di libertà: il luogo nel quale una comunità conserva la possibilità di immaginare ciò che ancora non conosce.
La riflessione sul capitale immateriale apre inoltre una critica importante al concetto di capitale umano, quando questo viene interpretato esclusivamente come responsabilità individuale. Formarsi, aggiornarsi, accumulare competenze sembrano diventare obblighi personali, quasi che il successo o il fallimento dipendessero soltanto dalla capacità del singolo di adattarsi.
Ma nessuna competenza nasce nel vuoto. Ogni sapere è reso possibile da un’infrastruttura collettiva: scuola, università, welfare, relazioni sociali, tempo disponibile, condizioni materiali di vita. Come hanno mostrato Pierre Bourdieu e molte prospettive critiche contemporanee, il sapere è anche una risorsa distribuita in modo diseguale, attraversata da differenze sociali, economiche e culturali.
La prospettiva femminista ha aggiunto a questa analisi un elemento essenziale: non esiste lavoro cognitivo senza lavoro di riproduzione sociale. Ogni attività intellettuale presuppone corpi, relazioni, cura, tempo. La conoscenza non vive fuori dalla materialità dell’esistenza. La riflessione di Silvia Federici sul lavoro riproduttivo ha mostrato come il capitalismo abbia storicamente nascosto il valore delle attività necessarie a sostenere ogni forma di produzione. Anche nell’economia della conoscenza permane questa contraddizione: celebriamo l’intelligenza, ma spesso invisibilizziamo le condizioni concrete che la rendono possibile.
Il tema riguarda in modo particolare il sistema della ricerca italiana. La precarizzazione delle carriere scientifiche, la difficoltà di programmare investimenti strutturali, la fuga di competenze e la distribuzione diseguale delle opportunità non sono soltanto problemi interni al mondo universitario. Sono questioni che riguardano il modello di sviluppo del Paese e la sua capacità di immaginare il futuro.
Un Paese che non sostiene stabilmente la produzione autonoma di conoscenza impoverisce il proprio capitale cognitivo e, insieme ad esso, la propria autonomia culturale e democratica.
Il libro curato da Mario Alì e Paolo De Nardis pone dunque una domanda che va oltre il rapporto tra economia e ricerca: quale società della conoscenza vogliamo costruire?
Una società nella quale il sapere venga considerato soltanto una risorsa competitiva, sottoposta alla logica del profitto e dell’efficienza, oppure un’infrastruttura comune, capace di ampliare libertà, partecipazione e possibilità collettive?
La questione non è scegliere tra conoscenza ed economia, tra ricerca e innovazione. La sfida è costruire un equilibrio nel quale il valore economico del sapere non cancelli il suo valore umano, culturale e politico.
Perché una società può anche accumulare enormi quantità di informazioni e perdere, allo stesso tempo, la capacità più importante: quella di comprendere, interrogarsi e immaginare.
E forse il vero capitale immateriale da non dimenticare è proprio questo: il diritto di una comunità ad avere tempo per immaginare il proprio futuro.
