Emfa, la grande incompiuta

Turchia, libertà di stampa negata dieci anni fa come oggi: non è un paese per giornalisti

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In un caldo e torrido  agosto di dieci anni fa, a meno di un mese dal presunto sventato golpe del 15 luglio del 2016 in Turchia, che diede il via a una serie interminabili di repressioni e violazioni dei diritti contro chiunque fosse ritenuto “complice”  o troppo critico nei confronti di Recep Tayyip Erdogan, si consumavano le più massive retate di giornalisti della storia turca.

Come il raid di Özgür Gündem: era il 16 agosto, la polizia fece irruzione e chiuse gli uffici di Istanbul del giornale, arrestando 22 tra redattori e collaboratori.

Gravissime le accuse: terrorismo, complicità nell’attacco allo Stato e legami con il movimento Gülen, ritenuto ideatore del fallito colpo di Stato.

Oltre alle persone fermate in redazione furono spiccati mandati anche per personalità di alto profilo che scrivevano o  erano in qualche modo associate al giornale, tra cui il romanziere ed editorialista Aslı Erdoğan, l incarcerato qualche giorno dopo con l’accusa di appartenenza a un’organizzazione terroristica.

In meno di un mese furono compiute oltre 40 incursioni nelle sedi di media turchi, l’inizio di una più vasta azione repressiva che ha portato alla chiusura di 130 media e alla detenzione di ben oltre 180 giornalisti in tutto il paese in base ai decreti di emergenza.

Ma cosa era davvero avvenuto il 15 luglio del 2016?

Secondo le autorità turche, un gruppo di oppositori di Erdogan tentava con l’aiuto di alcuni generali, il più inconsueto e breve colpo di stato nella storia della Turchia.
Scene di guerra a Istanbul, dall’attacco degli elicotteri sulla sede dell’intelligence turca, all’assalto al palazzo presidenziale ad Ankara – dove i golpisti avrebbero avuto intenzione di prelevare il presidente – alla folla che ovunque tentava di fermare l’avanzata dei carri armati, furono rilanciate dai media di tutto il mondo.
Il tentativo di golpe per detronizzare dal potere Erdogan, che invece era in vacanza con la famiglia, si esaurì in poco più di 12 ore.

Iniziato alle 22 del 15 luglio, con la chiusura di due ponti sul Bosforo, fu dichiarato ‘fallito’ alle 11:50 del giorno dopo, con la resa di un gruppo di soldati asserragliato nel quartiere generale del comando delle Forze armate.
Il bilancio finale fu di 290 morti, 1440 feriti e circa 6 mila, tra militari e giudici, arrestati perché ritenuti complici dello sventato colpo di stato.  E fu solo l’inizio.
A undici mesi dall’avvio dello stato di emergenza, decretato dal presidente della Repubblica, erano finite in carcere oltre 50 mila persone, tra cui 160 giornalisti, e 150 mila dipendenti pubblici licenziato o sospesi dalle pubbliche amministrazioni per sospetti legami con la presunta rete di Fethullah Gulen, ex amico di Erdogan e imam autoesiliatosi negli Stati Uniti ritenuto la mente del quinto putsch turco.
Di tre mesi in tre mesi il decreto è stato prorogato per anni.
Il presidente della Turchia aveva inoltre imposto al parlamento una riforma della Costituzione, poi confermata dalla vittoria del ‘sì’ al referendum dell’aprile del 2017, che aveva concentrato nelle sue mani gran parte delle funzioni costituzionali.
Il governo turco dall’anno successivo al presunto putsh ha deciso di celebrare la “sconfitta” dei golpisti e la “tenuta” del regime, che continua a detenere il controllo del potere, proclamando il 15 luglio ‘Festa nazionale della democrazia e dell’unità’.

Ma di democrazia nel paese se ne vede davvero poca, come abbiamo denunciato qualche settimana fa con altre 26 organizzazioni che difendono la libertà dei media, la libertà di espressione, i giornalisti e le organizzazioni per i diritti umani.

In occasione del vertice della NATO del 7 e 8 luglio ad Ankara abbiamo  espresso profondo allarme per la nuova ondata di arresti di giornalisti e rappresentanti della società civile.

Nelle due settimane precedenti al summit, le autorità turche hanno impresso un giro di vite sulle voci critiche nel paese, compresi i media indipendenti.

La piattaforma di monitoraggio Media Freedom Rapid Response (MFRR) Mapping Media Freedom ha documentato i casi di 11 giornalisti e operatori dei media detenuti con pretesti vaghi o ingiustificati, molti senza alcun legame con l’evento NATO.

Il regolatore dei media turchi RTÜK ha anche emesso un avvertimento prima del vertice, esortando le emittenti a tenere a mente “l’interesse pubblico e la prospettiva della sicurezza nazionale quando si copre l’evento in programmi di notizie e discussione”.

La dichiarazione chiedeva che le trasmissiono si basassero su informazioni verificate, per rimanere misurate e aderenti alle “sensibilità sociali”, avvertendo che gli esperti di monitoraggio di RTÜK avrebbero guardato tutti i contenuti mandati in onda.
Insomma, libertà di stampa questa sconosciuta… altro che
pietra angolare della sicurezza democratica come dovrebbe essere per qualsiasi paese  che rispetti i principi della Dichiarazione universale dei diritti umani e tutti gli ideali democratici.
Eppure Recep Tayyip Erdogan è considerato un partner ineludibile per l’Occidente e la NATO.
La posizione geografica strategica e il peso militare della Turchia rendono indispensabile il dialogo con Ankara, nonostante le forti tensioni politiche, i dubbi sullo stato dei diritti umani, i rapporti ambigui con la Russia e la funzione di argine delle migrazioni dal Medio Oriente (e non solo), leva politica nei confronti dell’Unione Europea per il contenimento dei profughi.


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