E’ stata la tregua più breve della storia. A meno di 24 ore dal trionfale annuncio di Trump fondato soprattutto sulla riapertura, sia pur temporanea, dello stretto di Hormuz, l’Iran ha annunciato di averlo nuovamente bloccato. Il motivo: la proposta iraniana prevedeva la cessazione delle ostilità anche da parte di Israele in Libano ma Netanyahu non ha voluto interrompere i bombardamenti.
E’ una frattura evidente fra Washington e Tel Aviv. Il New York Times rivela che a decidere l’attacco è stato Trump su pressione di Netanyahu nonostante lo scetticismo dei vertici militari. Qui entrano in gioco le opinioni pubbliche: evidente che per chi vive in Israele sotto la minaccia dei missili iraniani una guerra per eliminare una volta per tutte (frase che non andrebbe mai pronunciata in medio oriente) è più accattivante rispetto a chi vive aldilà dell’Oceano Atlantico. E se l’opinione pubblica americana è ormai stanca di guerre all’estero (una specifica promessa elettorale di Trump) anche quella israeliana si comincia a domandare quale sarà la fase successiva ai bombardamenti. E il leader dell’opposizione in Israele Lapid accusa Netanyahu di conseguire successi tattici senza una strategia complessiva. “Bibi” sa che arrivando al voto, previsto entro l’anno, come leader di uno stato in guerra ,avrebbe buone possibilità di risalire nei sondaggi e restare al potere evitando anche così di dover rispondere delle sue responsabilità politiche per non aver saputo proteggere i suoi concittadini dalla strage del 7 ottobre.
Negli Stati Uniti le minacce roboanti di Trump (“vi faremo tornare all’età della pietra, cancelleremo la vostra civiltà”) hanno sollevato molte proteste. Alcune figure di primo piano del mondo “MAGA” (make america great again) come Alex Jones o Tucker Carlson hanno apertamente criticato un Presidente che aveva ottenuto un plebiscito promettendo di non imbarcarsi più in avventure “imperiali” lontano dai confini americani. Stonato anche il continuo riferimento a Dio che ha provocato la dura risposta di Papa Leone (“parole inammissibili”) e addirittura un appello diretto senza precedenti del vescovi cattolici americani al parlamento statunitense per fermare l’escalation bellica. Flebili le repliche dei repubblicani che mettono in evidenza come in ogni caso il mondo sia più sicuro con un Iran “depotenziato” dal punto di vista militare. Ma la promessa a inizio guerra era quella di rovesciare il regime con annesso appello diretto di Trump agli iraniani perché si ribellassero al regime. Con l’unico risultato di allungare ulteriormente il numero di oppositori incarcerati o giustiziati.
Schietto il commento del senatore democratico americano Chris Murphy:” prima della guerra lo stretto di Hormuz era aperto a tutti, dopo la guerra, migliaia di morti e centinaia di miliardi spesi, lo stretto è nelle mani dell’Iran: non un gran risultato”. E c’è chi fa il parallelo con la crisi di Suez del 1956. Allora due potenze coloniali in via di decadenza Francia e Gran Bretagna cercarono un “colpo d’ala” appoggiando l’invasione israeliana dell’Egitto per liberare il canale di Suez. Furono bloccati dagli Stati Uniti, la grande potenza emergente che prese il loro posto alla guida della politica internazionale.
La crisi di Hormuz oggi sembra ricalcare quella di Suez ieri. Oggi la potenza in bilico è quella americana e quella emergente è la Cina , che tramite il suo satellite Pakistan ha pilotato la via d’uscita dalla crisi e si appresta ad approfittare degli errori di uno dei più autolesionisti presidenti americani della storia moderna.
E’ una frattura evidente fra Washington e Tel Aviv. Il New York Times rivela che a decidere l’attacco è stato Trump su pressione di Netanyahu nonostante lo scetticismo dei vertici militari. Qui entrano in gioco le opinioni pubbliche: evidente che per chi vive in Israele sotto la minaccia dei missili iraniani una guerra per eliminare una volta per tutte (frase che non andrebbe mai pronunciata in medio oriente) è più accattivante rispetto a chi vive aldilà dell’Oceano Atlantico. E se l’opinione pubblica americana è ormai stanca di guerre all’estero (una specifica promessa elettorale di Trump) anche quella israeliana si comincia a domandare quale sarà la fase successiva ai bombardamenti. E il leader dell’opposizione in Israele Lapid accusa Netanyahu di conseguire successi tattici senza una strategia complessiva. “Bibi” sa che arrivando al voto, previsto entro l’anno, come leader di uno stato in guerra ,avrebbe buone possibilità di risalire nei sondaggi e restare al potere evitando anche così di dover rispondere delle sue responsabilità politiche per non aver saputo proteggere i suoi concittadini dalla strage del 7 ottobre.
Negli Stati Uniti le minacce roboanti di Trump (“vi faremo tornare all’età della pietra, cancelleremo la vostra civiltà”) hanno sollevato molte proteste. Alcune figure di primo piano del mondo “MAGA” (make america great again) come Alex Jones o Tucker Carlson hanno apertamente criticato un Presidente che aveva ottenuto un plebiscito promettendo di non imbarcarsi più in avventure “imperiali” lontano dai confini americani. Stonato anche il continuo riferimento a Dio che ha provocato la dura risposta di Papa Leone (“parole inammissibili”) e addirittura un appello diretto senza precedenti del vescovi cattolici americani al parlamento statunitense per fermare l’escalation bellica. Flebili le repliche dei repubblicani che mettono in evidenza come in ogni caso il mondo sia più sicuro con un Iran “depotenziato” dal punto di vista militare. Ma la promessa a inizio guerra era quella di rovesciare il regime con annesso appello diretto di Trump agli iraniani perché si ribellassero al regime. Con l’unico risultato di allungare ulteriormente il numero di oppositori incarcerati o giustiziati.
Schietto il commento del senatore democratico americano Chris Murphy:” prima della guerra lo stretto di Hormuz era aperto a tutti, dopo la guerra, migliaia di morti e centinaia di miliardi spesi, lo stretto è nelle mani dell’Iran: non un gran risultato”. E c’è chi fa il parallelo con la crisi di Suez del 1956. Allora due potenze coloniali in via di decadenza Francia e Gran Bretagna cercarono un “colpo d’ala” appoggiando l’invasione israeliana dell’Egitto per liberare il canale di Suez. Furono bloccati dagli Stati Uniti, la grande potenza emergente che prese il loro posto alla guida della politica internazionale.
La crisi di Hormuz oggi sembra ricalcare quella di Suez ieri. Oggi la potenza in bilico è quella americana e quella emergente è la Cina , che tramite il suo satellite Pakistan ha pilotato la via d’uscita dalla crisi e si appresta ad approfittare degli errori di uno dei più autolesionisti presidenti americani della storia moderna.
