Il G8 di Genova del luglio del 2001 fu uno spartiacque nella e della storia italiana. E non solo italiana, per i riverberi internazionali. La mattanza della scuola Diaz e le vere e proprie torture avvenute nella caserma di Bolzaneto sono state un passaggio orribile e tuttavia rappresentativo del passaggio di secolo e di millennio.
LA RIUNIONE LIGURE – voluta intensamente dal fresco vincitore delle elezioni Silvio Berlusconi – voleva suggellare con una virata a destra il tratto autoritario e dirigistico del liberismo, peraltro già arato da un centrosinistra ormai logorato e subalterno, reduce da una brutta sconfitta elettorale.
Roberto Bertoni – ora attivissimo nel mondo dell’informazione a partire dall’impegno nell’associazione Articolo 21– allora aveva solo 11 anni. Ma il destino l’ha portato a incrociare la propria vita con quella vicenda, incontrando una delle vittime della macelleria, l’allora ventiquattrenne tedesca Lena.
Raccontami ogni cosa. Genova per non dimenticare (Santelli Editore, pp. 401, euro 24,99) è il romanzo di Roberto Bertoni, un po’ storia, un po’ cronaca, un po’ autofiction. La scrittura colta e gentile trasuda – però – rabbia e voglia di ripartire con una lotta civile e una resistenza non effimera. Il testo corre via, con uno stile che fa entrare nel racconto a mo’ di un libro di legal drama, arricchito da un approccio ricco di umanità e di una dolcezza più forte della tragedia. La «Virgilio» del viaggio nella memoria è Lena di Amburgo. E Amburgo è come un secondo set, con il Campanile di San Michele, quello della Gabbianella di Sepulveda. Lena è la narratrice con Bertoni di una serie di sequenze già scritte per diventare verosimilmente un’opera cinematografica, passando per il teatro. La descrizione sembra una pièce corale fitta di personaggi: da Fabiola all’infermiera Lucia, a Eugenia, a Tara, a Maya, a Camilla, a Madù, fino al poliziotto «sui generis» Alessio. I nomi sono stati scelti dai diretti interessati, del resto.
L’autore ci consegna un particolare romanzo di formazione, centrato sul trauma di quel G8 che costituisce l’emersione senza fingimenti del tratto brutale di un centrodestra berlusconiano largamente segnato dalle spinte fascistoide che albergavano sottotraccia.
Le fioriere che tanto desiderava il Cavaliere erano il maquillage dei manganelli e dei lacrimogeni, delle devastazioni della Diaz e degli interrogatori degni di un regime nero a Bolzaneto.
Sappiamo che le responsabilità, non solo quelle più eclatanti ed evidenti, ma pure – e soprattutto – le versioni inerenti alle numerose complicità interne ai vertici degli apparati e dello stesso governo uscirono ridimensionate fino a dissolversi.
Solo un pugno di magistrati – a partire dal Pubblico ministero Enrico Zucca e dalla collega Patrizia Petruzziello – non cedette alle lusinghe del tempo e riuscì ad arrivare a condanne poi finite nel lavacro delle prescrizioni. Simili ad una scalata di una vetta impervia, gli atti processuali sono una sorta di amarissima autobiografia della nazione, la ricerca spasmodica della verità. E, in tutto il racconto, aleggia lo spirito di Carlo Giuliani, ucciso da un carabiniere mentre manifestava insieme a migliaia di giovani contro una stretta mostruosa le cui sembianze riappaiono oggi nelle linee scelte sulla sicurezza dall’esecutivo presieduto da Giorgia Meloni.
GENOVA, però, rappresentò pure la scintilla per la riscossa di generazioni che non vollero arrendersi e che si ritrovarono nelle grandi piazze pacifiste o nella superba mobilitazione voluta dalla Cgil contro l’attacco allo Statuto dei lavoratori. Ne scaturì l’età del Social Forum, che vide riunirsi un vastissimo popolo intergenerazionale contrario all’ubriacatura liberista e alla mistificazione della cosiddetta «terza via» agitata da Tony Blair con una non piccola compagnia di giro con larghe propaggini italiane.
Bertoni ci fa capire che il suo stesso percorso di entrata nelle cose della sfera pubblica, nonché la sua presa di coscienza politica e civile hanno un marchio di origine nella città che si ribellò ai fascisti nella Resistenza, e nel luglio del ’60 al congresso del Msi e ai celerini del governo Tambroni. Il libro è, dunque, un caso in cui la narrativa assume un ruolo direttamente politico, più di una politica troppe volte sfuggente e lontana.
(Da Il Manifesto)
