Due spettacoli sold out ieri sera al cinema Nuovo Sacher di Roma, padrone di casa Nanni Moretti, per l’anteprima del documentario “Giulio Regeni – Tutto il male del mondo“. Un pubblico di tutte le età ha riempito la sala, unito dalla commozione e dall’emozione di fronte a un’opera che non lascia indifferenti e che si impone come atto di verità e resistenza contro l’oblio.
Il regista Simone Manetti e gli sceneggiatori hanno realizzato un lavoro straordinario: raccontare la tragedia di Giulio attraverso un’opera quasi immersiva, che coinvolge lo spettatore senza filtri né mediazioni. Il racconto si costruisce a più voci – quelle instancabili di Paola e Claudio Regeni e dell’avvocata Alessandra Ballerini, le testimonianze emerse durante il processo – e si intreccia con immagini di repertorio, sgranate e crude, che restituiscono l’atmosfera asfissiante del Cairo e tessono davanti agli occhi dello spettatore quella ragnatela di orrore che si è stretta intorno a Giulio.
Come ha sottolineato con fermezza Paola Deffendi: “Questo non è un film, è un documentario. Non c’è finzione, non ci sono comparse, non c’è nulla di costruito.”
C’è Giulio. E c’è tutto il male del mondo che si è abbattuto su di lui.”
La vicenda di Giulio Regeni è anche la storia di una lunga sequenza di tradimenti. Il primo, il più atroce: Giulio tradito dai coinquilini, da coloro che considerava amici. Giulio, ragazzo aperto verso il mondo, studioso curioso e vivace, vittima delle paranoie di un regime autoritario. “Perché così agiscono i regimi autoritari, questa è la differenza fra una democrazia e una dittatura”, come ha detto perentorio Marco Minniti nella sua deposizione al processo.
Poi c’è il tradimento delle istituzioni: la famiglia Regeni tradita da uno Stato che ha preferito continuare la collaborazione con l’Egitto, definito “partner ineludibile”, mettendo gli interessi geopolitici e commerciali davanti alla ricerca di verità e giustizia per un cittadino italiano torturato e ucciso.
Una lunga lista di tradimenti alla quale si aggiunge l’ennesimo, giunto proprio all’indomani del decimo anniversario della scomparsa di Giulio al Cairo.
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha ricevuto con tutti gli onori l’omologo egiziano Mahmoud Tawfik, accolto e poi omaggiato con tanto di comunicato ufficiale in cui si parla di “dialogo strategico tra i due Paesi in una visione condivisa di stabilità, sicurezza e responsabilità nel Mediterraneo”.
Per chi ancora attende verità e giustizia, questo non può che rappresentare un’ulteriore ferita.
L’ultimo atto di quella normalizzazione dei rapporti politici e commerciali tra Roma e il Cairo, nel nome degli affari, della politica estera, della realpolitik che calpesta i diritti umani fondamentali.
Come ha dichiarato l’avvocata Ballerini: “Con il processo e con questo documentario vogliamo ristabilire che i diritti umani fondamentali sono inviolabili, che esiste un divieto di tortura universale”. Per questo motivo, precisa Ballerini, “questo dovrebbe far sì che non avvengano fatti come quelli avvenuti oggi, che il ministro dell’Interno italiano si incontri con quello egiziano, si facciano grandi complimenti per la collaborazione, per fermare l’immigrazione che viene da un Paese, l’Egitto, che non è un Paese sicuro. Dal Cairo scappano persone che stanno subendo le conseguenze del regime che ha torturato e ucciso Giulio e che ogni giorno tortura e uccide e fa sparire almeno tre persone al giorno”.
“Giulio Regeni – Tutto il male del mondo” si presenta dunque come un’opera necessaria, da vedere e da non dimenticare. Non è intrattenimento, non è spettacolo: è un atto di giustizia culturale e civile. È la restituzione della dignità a un giovane uomo che voleva capire il mondo e che il mondo – o almeno una parte oscura e violenta di esso – ha distrutto.
Perché la verità e la giustizia per Giulio non riguardano solo una famiglia straziata dal dolore. Riguardano tutti noi, la nostra capacità di rimanere umani, di non voltarci dall’altra parte, di pretendere che i diritti fondamentali vengano rispettati ovunque e per chiunque.
La memoria di Giulio è una responsabilità collettiva. E questo documentario ne è la testimonianza più potente.
