Dieci anni senza Giulio: il popolo giallo che non dimentica
Sono passati dieci anni da quel febbraio del 2015 quando Giulio Regeni scomparve al Cairo, inghiottito dalla notte egiziana.
Dieci anni da quando il suo corpo torturато fu ritrovato in un fosso, irriconoscibile. Dieci anni in cui la richiesta di verità e giustizia non si è mai spenta, anzi: si è trasformata in un movimento collettivo senza precedenti nella storia recente del nostro Paese.
Fin dal primo momento, la famiglia Regeni non è stata lasciata sola. Attorno a Paola e Claudio si è stretta una comunità straordinaria, spontanea, tenace: il cosiddetto “popolo giallo”.
Un movimento che non ha bisogno di tessere, di strutture formali, di gerarchie. Ci si riconosce da un braccialetto giallo al polso, da una spilla sulla giacca, da uno sguardo complice rivolto verso quello striscione che campeggia su tanti palazzi comunali d’Italia: “Verità per Giulio Regeni”.
È un fenomeno civico profondo, che dice molto di noi come società. Migliaia di cittadini hanno scelto di non voltarsi dall’altra parte, di non considerare quella di Giulio una tragedia privata, un dolore che riguarda solo una famiglia. Hanno capito, istintivamente, che Giulio siamo noi.
Che il suo impegno nella ricerca, la sua curiosità intellettuale e l’apertura verso il mondo rappresentano valori universali che ci appartengono tutti.
In questo percorso, un ruolo fondamentale lo hanno giocato i Comuni. Non i palazzi del potere centrale, non le diplomazie raffinate e calcolate, ma le istituzioni più vicine alla gente, quelle che incarnano la dimensione quotidiana della democrazia. Centinaia di sindaci, di ogni colore politico, hanno scelto di appendere quello striscione giallo.
Quando ero sindaco di Latina, ho voluto che anche la nostra città prendesse posizione chiara. Non è stato un atto di retorica istituzionale, ma un messaggio preciso: noi ci siamo. Giulio siamo noi. La sua vicenda non è un affare privato della famiglia Regeni, ma riguarda tutta la comunità, l’intero Paese. Per centinaia di motivi dovremmo tutti sposare questa battaglia di verità e giustizia.
Perché Giulio rappresenta il meglio della nostra gioventù: studiosa, impegnata, capace di attraversare i confini per capire il mondo. Perché la sua morte ci pone di fronte a domande ineludibili sui diritti umani, sulla dignità della persona, sul valore della ricerca e della conoscenza. Perché nessuno Stato può torturare e uccidere impunemente un cittadino italiano, un ragazzo di ventotto anni che stava semplicemente facendo il suo lavoro di ricercatore.
Capisco – pur sforzandomi e turandomi il naso – le logiche dei governi che si succedono. Ogni esecutivo, di qualunque colore, finisce per scendere a compromessi con lo Stato egiziano, con il dittatore Al-Sisi. Strette di mano sporche del sangue di Giulio e di migliaia di altre persone delle quali non conosceremo mai la storia. Si invocano il commercio, le relazioni strategiche, gli interessi energetici, il controllo dei flussi migratori. La realpolitik, la chiamano.
Non condivido, ma comprendo la dinamica. I rapporti tra Stati sono complessi, cinici, raramente guidati da principi etici puri. È una realtà amara, ma è la realtà.
Ciò che invece proprio non riesco a comprendere è un’altra cosa: quei sindaci che, come primo atto della loro sindacatura, si sono sforzati di rimuovere quello striscione giallo. Quale messaggio hanno voluto mandare ai loro cittadini? Che la verità non conta? Che Giulio è meglio dimenticarlo? Che è più conveniente non disturbare i manovratori della diplomazia internazionale?
Un sindaco non governa rapporti internazionali, non firma contratti energetici, non gestisce crisi migratorie. Un sindaco rappresenta la propria comunità, incarna i valori civici del territorio, è custode della memoria collettiva. Rimuovere quello striscione significa voltare le spalle a tutto questo. Significa scegliere il silenzio quando si potrebbe – si dovrebbe – alzare la voce.
Quello striscione giallo non è solo un pezzo di stoffa. È un simbolo potente di resistenza civile, di memoria attiva, di comunità che non si rassegna. Ogni giorno migliaia di persone lo vedono, passando davanti ai municipi, alle scuole, alle biblioteche. E ogni volta è un promemoria: Giulio non è dimenticato. La verità non è negoziabile. La giustizia non ha scadenza.
Il popolo giallo ha dimostrato che esistono forme di partecipazione democratica che vanno oltre il voto, oltre gli schieramenti politici. Ha mostrato che la società civile può essere più coraggiosa e più coerente delle istituzioni centrali. Ha tenuto accesa una fiaccola quando molti avrebbero preferito che si spegnesse.
Dieci anni sono tanti. Un tempo che basta a cambiare tutto, eppure la famiglia Regeni è ancora lì, ogni giorno, a chiedere quella verità che gli è stata negata. I responsabili della tortura e dell’omicidio di Giulio sono noti, ma protetti dal regime egiziano. Il processo in Italia va avanti, tra rinvii e difficoltà procedurali.
Ma il popolo giallo non si è dissolto. Anzi, continua a crescere. Perché quella di Giulio non è solo una storia di ingiustizia subita, ma anche una storia di resilienza, di dignità, di partecipazione. È la dimostrazione che quando le istituzioni vacillano, quando la politica sceglie il calcolo invece del principio, la società civile può ancora fare la differenza.
Giulio siamo noi. Non è uno slogan vuoto. È un impegno quotidiano a non dimenticare, a non voltarsi dall’altra parte, a pretendere che la verità emerga e che la giustizia faccia il suo corso. Anche dopo dieci anni. Anche dopo cento.
Quello striscione giallo continuerà a sventolare finché non avremo risposte. E noi, il popolo giallo, continueremo a essere lì, riconoscibili da un braccialetto, da una spilla, da uno sguardo. Perché Giulio non è solo un nome su uno striscione. È parte di noi, della nostra coscienza collettiva, del nostro futuro come Paese civile.
E nessun calcolo diplomatico, nessuna convenienza politica potrà mai cancellare questa verità.
