37 grandi Agenzie umanitarie nel giro di 60 giorni rischiano di dover lasciare GAZA. Motivo? Israele ha annunciato di non voler rinnovare i permessi a causa del mancato rispetto di nuove regole di registrazione che impongono alle organizzazioni di fornire informazioni dettagliate su personale, finanziamenti e struttura operativa per prevenire presunti abusi o infiltrazioni militari.
“Una misura necessaria”, ha dichiarato Israele “per impedire lo sfruttamento dei canali umanitari da parte di gruppi terroristi”.
Una decisione rigettata da numerose organizzazioni internazionali che avvertono che questa sospensione aggraverà la drammatica crisi umanitaria in atto a Gaza, dove l’accesso a servizi essenziali come cure mediche, cibo e acqua è ancora insufficiente.
Le organizzazioni internazionali, Onu in primis, parlano di conseguenze “catastrofiche” per la popolazione della Striscia dal primo marzo, quando il divieto dovrebbe entrare in vigore.
Nella lista delle ong escluse da Israele figurano, tra le altre, Medici Senza Frontiere, Norwegian Refugee Council (Consiglio Norvegese per i Rifugiati), Care International, Oxfam, ActionAid e Caritas Jerusalem.
In merito a quest’ultima, è arrivata in questi giorni la risposta del Patriarcato latino di Gerusalemme che informa sulla decisione di restare: “Caritas Jerusalem non ha avviato alcuna procedura di nuova registrazione presso le autorità israeliane e continuerà le sue operazioni umanitarie e di sviluppo a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme, in conformità con il suo mandato”.
Intanto di questa mattina è una dichiarazione del segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres che chiede a Israele di porre fine al divieto imposto alle agenzie umanitarie che fornivano aiuti a Gaza, affermando di essere “profondamente preoccupato” per questo sviluppo.
Guterres, tramite il suo portavoce, chiede che “questa misura venga revocata, sottolineando che le organizzazioni non governative internazionali sono indispensabili per il lavoro umanitario salvavita e che la sospensione rischia di compromettere i fragili progressi compiuti durante il cessate il fuoco”.
Intanto, la fase due della tregua ritarda il suo inizio, nonostante il desiderio che questa abbia inizio espresso da Trump durante l’incontro a Mar-a-Lago, in Florida, con Benjamin Netanyahu.
Incontro – il quinto dalla rielezione di Trump – che si è svolto pochi giorni fa e che è stato possibile dopo che il Primo Ministro israeliano ha sorvolato ancora una volta, nonostante il mandato d’arresto internazionale, l’Italia, oltre a Grecia e Francia, evitando invece nuovamente lo spazio aereo spagnolo…
E mentre si discute a tavolino della vita dei palestinesti, a Gaza si continua a morire: ieri un minore è stato ucciso dall’Idf nella zona di Jabalia, al nord, mentre una donna e la figlia sono morte, e altre cinque sono rimaste ustionate, per lo scoppio di un incendio in una tenda di sfollati a Gaza City, nel nord. A riferirlo l’agenzia di stampa Wafa, secondo cui una neonata è invece deceduta nel campo di Nuseirat, nel centro della Striscia, a causa del freddo intenso.
Per quanto riguarda il fronte giornalistico l’Fpa, l’Associazione della stampa estera di Gerusalemme, che rappresenta centinaia di testate internazionali, aveva chiesto ai tribunali israeliani più di un anno fa di concedere l’accesso immediato a Gaza della stampa internazionale, cosa che, come sappiamo, non è mai avvenuta se non nei pochissimi casi dei “giornalisti – influencer” e degli embedded fatti entrare per un giro guidato.
Il 21 dicembre scorso la Corte Suprema israeliana ha deciso che entro il 4 gennaio (domani) Israele dovrà dare una risposta.
Una notizia che speriamo sia notiziabile… Sempre che ci sia una notizia da dare e non sia ancora una volta rimandata la risposta!
